2 anni senza Giulio e senza verità.

Il 25 gennaio 2018 saranno due anni dalla scomparsa del ricercatore italiano Giulio Regeni in Egitto.

 

 

Chi era Giulio.

 

Regeni nacque a Trieste il 15 gennaio 1988.

Ancora minorenne si trasferì per studiare all’Armand Hammer United World College of the American West (USA) e poi nel Regno Unito.

Vinse due volte il premio “Europa e giovani” (2012 e 2013) per le sue ricerche ed approfondimenti sul Medio Oriente.

Dopo aver lavorato presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, e aver svolto ricerche per conto di una società privata di analisi politiche, stava conseguendo un dottorato di ricerca presso l’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani.

Con la Primavera araba a pezzi, Regeni vedeva i sindacati come fragile speranza per la maltrattata democrazia egiziana. Dopo il 2011, il loro numero era esploso, passando da quattro a migliaia. C’erano sindacati per ogni cosa: macellai, assistenti di teatro, scavatori di pozzi e minatori, ecc. Regeni si immerse nel loro mondo sperando di valutare il potenziale del loro sindacato nella guida del cambiamento politico e sociale.

 

 

La sparizione forzata.

 

Il 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario della rivolta, il Cairo era quasi totalmente chiuso per motivi di sicurezza. Piazza Tahrir era deserta, eccetto per un centinaio di sostenitori del governo portati lì a sventolare striscioni di al-Sisi. Per settimane i servizi di sicurezza avevano messo dentro potenziali manifestanti, facendo blitz negli appartamenti del centro e nei caffè.

Come quasi tutti gli abitanti del Cairo, Regeni passò la giornata a casa, lavorando e ascoltando musica. Al calar della notte, decise che era sicuro uscire dall’appartamento: un amico italiano lo aveva invitato a una festa di compleanno per un egiziano di sinistra. Avevano concordato di incontrarsi in un caffè vicino a Piazza Tahrir.

Ma non arrivò mai all’appuntamento.

 

 

Gettato in un fosso.

 

Il 3 febbraio seguente fu ritrovato il cadavere in un fosso lungo la strada del deserto Cairo-Alessandria, alla periferia del Cairo.

Il corpo recuperato mostrava segni compatibili con diverse torture: contusioni e abrasioni, riconducibili a un grave pestaggio, lividi estesi compatibili a calci, pugni e bastonate. Si contarono più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come gambe, braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti; oltre a coltellate multiple sul corpo ed estese bruciature di sigarette.

Una inaudita crudele violenza!

Come disse la madre: “Sul viso di Giulio s’è riversato tutto il male del mondo”.

 

 

Delitto e depistaggi.

 

E da subito chi conosce bene il sistema di violazioni dei diritti umani in Egitto ha parlato di “delitto di stato”: l’ennesima tragica sequenza sparizione-tortura-uccisione che aveva riguardato già centinaia e centinaia di cittadini egiziani; e ora anche un cittadino italiano.

Le autorità egiziane hanno, da subito, scelto la tattica del depistaggio, della perdita di tempo, delle promesse non mantenute, della sparizione dei documenti.

Solo nel dicembre 2017 l’avvocata della famiglia Regeni è riuscita a farsi dare dei documenti dalla procura locale solo recandosi direttamente al Cairo.

E le immagini riprese il 25 gennaio 2016 dalle telecamere a circuito chiuso installate nella zona in cui Giulio Regeni scomparve rimangono ancora indisponibili.

 

 

Non possiamo tacere!

 

Di fronte a questa palese violazione dei diritti umani e chiara volontà di nascondere la verità dei fatti, nessuno di noi può restare semplicemente a guardare.

E noi, anche come chiesa, ci schieriamo con Giulio e la sua famiglia.

Da una parte denunciamo i troppi silenzi e depistaggi; così come le connivenze anche dell’Italia che ha deciso di far tornare alla piena operatività l’ambasciata al Cairo, nonostante l’Egitto non stia affatto collaborando alle indagini.

Dall’altra chiediamo, insieme ad Amnesty International, che il 25 gennaio non diventi giorno di commemorazione (e quindi definitiva archiviazione nella memoria) del delitto di Giulio, ma sia l’occasione per pretendere la verità!

E – come scritto nel comunicato di Amnesty – “continueremo fino a quando ci sarà una verità giudiziaria che coincida con quella storica, che attesti quel “delitto di stato“, ne accerti le responsabilità individuali e le collochi lungo una precisa catena di comando.”

Come disse Paola, la madre di Giulio il 6 giugno 2016 a Cambridge: “E’ necessario che tutti s’impegnino con urgenza e sincerità per fare emergere la verità sull’uccisione di Giulio. Non lasciateci soli, parlate e rompiamo il silenzio! Grazie”.

Vi invitiamo dunque a firmare e diffondere il seguente appello di Amnesty: https://www.amnesty.it/2annisenzagiulio/

 

VERITA’ PER GIULIO REGENI!

rev. Mario Bonfanti

 

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