Criptomofobia: virus latente.

Oggi 17 Maggio si celebra la Giornata Internazionale contro l’omobofia, la transfobia e la bifobia (IDAHOBIT International Day Against Homophobia, Biphobia and Transphobia).

Ideata da Louis-Georges Tin, attivista per i diritti LGBT francese, la prima Giornata internazionale contro l’omofobia ha avuto luogo il 17 maggio 2004, a 14 anni dalla decisione (17 maggio 1990) di rimuovere l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

 

Serpeggianti “omofobie soft”

Partendo da questa occasione vorrei proporre alcuni spunti di riflessione su un aspetto particolare e generalmente poco evidenziato: l’omo-bo-transfobia latente.

Se, infatti, i casi o atteggiamenti eclatanti di omo-bi-transfobia sono evidenti a tutti e facilmente identificabili, nella nostra società è presente una sorta di omofobia nascosta e poco evidente… che serpeggia anche tra le persone LGBT+.

Mi spiego con alcuni esempi.

 

Io prete gay discriminato dai gay

Parto dalla mia personale esperienza.

Quando le mie vicende travagliate con il Vaticano sono venute alla ribata di giornali e media, diverse persone gay (e dico gay in quanto hanno avuto questa reazione quasi esclusivamente i maschi omosessuali) mi hanno accusato in facebook con frasi tipo “ma che razza di prete sei?” “ma un prete non dovrebbe non fare sesso?” “ma non ti vergogni?” “sparisci” ecc.

Tutte frasi cariche di omofobia verso una persona che – a detta loro – non poteva essere prete e gay insieme e che presupponevano che l’essere gay significasse “trombare a destra e a manca”. Ed è una sorte che subiscono anche altre minoranze dentro le minoranze. Come per esempio le persone LGBT+ di colore.

 

Omofobia e stereotipi sessuali

Questa forma subdola di omofobia la si ritrova, per esempio, nei commenti o negli atteggiamenti soprattutto verso i maschi gay neri, quando si cerca con loro un’avventura perchè “ce l’hanno grosso” e si vuole inanellare nel novero dei propri scalpi anche l’esperienza con “un bello stallone nero”- tanto per citare una fantasia comune. E così intanto si dà per scontato che solo per il fatto che una persona sia di colore abbia un membro priapico e sia solo attivo; e poi ci si relaziona con lui non come persona ma in base al nostro stereotipo e alle nostre fantasie sessuali.

 

Il tabù del sesso di anziani e disabili

Che dire poi dell’omofobia verso le persone anziane e il loro bisogno di affetto e di vivere la propria sessualità? O lo sgomento/stranimento verso coppie formate da un ragazzo e un anziano? E i commentini e le battute che fanno trapelare una sorta di giudizio di anormalità in questi rapporti o di celati secondi fini del più giovane?

Non parliamo dei disabili! Già parlare del sesso dei disabili (etero) è un tabù; e non appena si ventila la possibilità di formare assistenti sessauli ad hoc, ci si strappa i vestiti inorriditi e si urla alla instigazione alla prostituzione. Figuriamoci per le persone disabili LGBT+: praticamente per la nostra società sono inesistenti.

 

Transfobia… in gruppi anti omofobi

Passando alla transbobia, se da una parte nella nostra società essa è abbastanza palese e facilmente identificabile, dall’altra ciò che mi colpisce e fa specie è che essa serpeggi anche proprio in coloro che si dichiarano apertamente contro ogni forma discriminazione.

Vi porto un esempio: quando, qualche giorno fa, in un gruppo facebook contro l’omofobia qualcuno, facendo riferimento al matrimonio tra Alessia e Michele, ha posto la provocatoria domanda “Ma voi, come etero, sposereste una trans?” non vi dico le risposte transfobiche che le persone iscritte nel gruppo hanno scritto. Affermazioni tipo: “Già son difficile di gusti in fatto di donne, figuriamoci se mi vado a mettere con un ex maschio” “No. Forse perché la trans non la riesco a vedere come donna al 100%” “Non ce la farei perché nonostante tutto sono legata all’ idea che la persona prima dell’operazione fosse stata del mio sesso” ecc. ecc.

Non sono forse tutte frasi transfobiche? E la cosa tragica è che sono dette proprio da chi ha aderito a un gruppo contro l’omo-bi-transfobia e si dichiara contrario ad ogni discriminazione.

 

Al Pride? Io no!

Vi sono poi tutte quelle persone LGBT+ che dicono: “Per carità, io non parteciperei mai a un Pride” o affermano con orgoglio: “Io non ho mai partecipato ad un Pride in vita mia”. Qualcuno anche adducendo “nobili” motivazioni del tipo: “siamo tutti esseri umani e tutti uguali: è sufficiente rispettare i diritti umani” “nessun etero sfilerebbe per chiedere i propri diritti” ecc. Affermazioni piene di idealità… ma avulse dalla realtà: se – certo – nessuno sfilerebbe per chiedere diritti che la società già riconosce, i fatti evidenziano che noi persone LGBT+ non siamo ancora rispettati e tutelati come le altre persone eterosessuali. Lo dimostrano non solo le tragiche notizie che ci arrivano da nazioni come la Cecenia ma anche episodi molto più “banali” e meno rilavanti; come ciò che recentemente mi è successo: nel giro di pochi mesi ben due scuole cattoliche si sono permesse di troncare il rapporto di lavoro con il sottoscritto, non appena hanno saputo delle mie vicende. E non credo di essere l’unico che in Italia perde (o non riceve) il lavoro perchè persona pubblicamente LGBT+. Se infatti non fossi andato in tv e non lo avessi “sbandierato” – mi è stato esplicitamnete detto – il contratto non mi sarebbe stato stracciato sotto il naso. E questa non è forse pura omofobia?

 

Siamo come gli altri e viviamo come gli altri

Trovo anche la parola “sbandierare” molto omofoba. Perchè presuppone che “fare coming out” sia sbagliato e che si debba stare chiusi nell’armadio e uniformarci agli altri. Una critica che è spesso legata ancora una volta ai Pride, accusati – specie quando sui carri si esibiscono muscolosi divi accompagati da dive truccatissime con tanto di piume di struzzo – di dar credito all’immaginario omofobo che dipinge il mondo LGBT+ come appariscente, festaiolo, carnevalesco… ecc. E la conseguente insistenza sul fatto che noi siamo come gli altri, siamo persone serie e affidabili, siamo gente normale che va a lavoro, ha una relazione fedele e stabile e amicizie, ecc. ecc. Balle! Noi – certo – siamo anche questo ma siamo anche altro: estrosi, eccentrici, fuori dagli schemi, amiamo esagerare, fare sesso solo per la voglia di far sesso, vivere in relazioni non fedeli e aperte, essere promiscui, ecc. Non dico che siamo solo questo; ma che siamo anche questo. Siamo diversi!

E negarlo o chiuderlo nell’armadio è omofobia interiorizzata: è vergognarci di una parte importante del nostro mondo LGBT+ e delle nostre identità.

 

Ma non siamo tutti esseri umani?

Ci sono poi tutte quelle persone (anche tra di noi) che provano una sorte di “allergia” per l’acronimo LGBT, specie quando di allunga (LGBTIQA…) e argomentano che dovremmo smetterla di classificarci in questo modo, che questo non fa altro che dividere e ghettizzare e che dovremmo invece puntare sul fatto che siamo tutti esseri umani. Vero; e insieme falso. Se infatti – certo – tutti apparteniamo al comune “genere umano” e siamo eguali, dall’altra siamo diversi e per nulla uguali. Questo eccessivo puntare sull’uguaglianza lo trovo come una sorta di omologazione di massa che nega le nostre differenze e specificità. E anche diversi di noi sono – ahimè – in sintonia con questa cultura e si omologano alle coppie etero, ai matrimoni etero, alle famiglie etero…

Vorrei anche ricordare che quelle lettere (e tutte le aggiunte successive e sempre in evoluzione) hanno un retroterra storico che non possiamo dimenticare e sono ancora essenziali nel cammino di trasformazione e passaggio da una cultura eteronormativa (dove si dà per scontato che si nasca etero e poi ci sono alcune eccezioni) ad una società davvero inclusiva dove le diversità sono una ricchezza da valorizzare e amplificare.

 

Bi… a chi?

Trovo poi emblematico che, anche solo se si naviga in rete, circa la giornata di oggi, molti striscioni, logo o eventi che si trovano parlano di omofobia e transfobia ma non di bifobia.

E in effetti a volte, nella comunità omo e trans, i bisex non hanno diritto di essere: li si vive come furbi opportunisti, li si classifica come indecisi, o incapaci di relazioni serie, ecc.

 

E il +?

E questo aprirebbe tutto un mondo legato alle altre lettere della siglia: IQAPK… e tutte gli stereotipi e chiusure presenti anche nella nostra comunità su persone – come il sottoscritto – con identità e sessualità non conformi e a cui viene chiesto di evitare di dire pubblicamente cose così intime che fanno parte della “camera da letto” o della propria “privacy”.

Anche relegare il sesso nel privato (di cui non parlare, specie se si è il responsabile/capo o leader spirituale o prete/pastor*) lo trovo una forma di omo-bi-transfobia soft.

 

Conclusione

Mi fermo qui perchè la lista potrebbe continuare molto a lungo. Chiaro segnale che la nostra cultura è intrisa fino al midollo di omo-bi-transfobia e che il cammino da fare e il lavoro che ci aspetta è ancora molto.

E forse occorre partire proprio da noi. Perchè, se è facile vedere e denunciare fatti palesi di omo-bi-transfobia, trovo importante che questa Giornata diventi l’occasione per de-costruire dall’interno la cultura e società nella quale ci troviamo e che condiziona anche noi persone LGBT+. E questo ci chiede un grande spirito critico che porta a guardarci dentro, invece che denunciare all’esterno. E cito una frase di Gandhi a me molto cara che recita: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Invito, quindi, chiunque legge a prendere queste mie parole non come la verità (sarei un pazzo furioso se lo pensassi) ma come una provocazione, come una sorta di uno schiaffo in faccia per svegliarci dall’illusione che la nostra società (chiesa compresa) sia divenuta più accogliente e rispettosa e farci guardare in faccia la cruda realtà che ci chiede – ancora oggi, dopo 27 anni dalla rimozione dell’omosessualità dalle malattie mentali – di educare, in primo luogo noi stessi, a vedere la straordinaria bellezza divina che si manifesta proprio nelle stranezze, diversità ed eccentricità LGBT+ per benedirle.

E ogni volta che la diversità altrui (sia sul piano dell’identità che dei comportamenti) ci turba e lascia perplessi, coglierla come un’occasione preziosa per allargare i nostri orizzonti e aprirci spiritualmente all’Altro.

 

Buon IDAHOBIT a tutt*

rev. Mario Bonfanti

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