“Dio è papà… più ancora, è madre.”

   Ho recentemente completato la lettura del libro Colei che è. Il mistero di Dio nel discorso teologico femminista, scritto dalla teologa e filosofa americana Elizabeth Johnson, pubblicato in edizione italiana nel 1999 dalla casa editrice bresciana Queriniana. La versione originale del saggio era uscita sette anni prima negli Stati Uniti con il titolo She who is. The mystery of God in feminist theological discourse.

   L’autrice è una religiosa cattolica ormai settantottenne, appartenente alla congregazione delle suore di San Giuseppe, fondata in Francia nel XVII secolo e presente anche nel nostro paese, in particolar modo in Piemonte. E’ anche una delle teologhe più note del Nordamerica, professoressa emerita alla gesuita Fordham University di New York, e per molti anni presidente della Catholic Theological Society of America.

   Le vaste dimensioni dell’opera (circa 550 pagine) e la notevole complessità della materia mi avevano portato più volte a rimandare la lettura, dando la priorità ad altri testi. Una volta lette le prime pagine, sono però stata ben presto affascinata dalle riflessioni dell’autrice, che ci invita a prendere in considerazione un tema molto delicato, e poco studiato anche all’interno della stessa teologia femminista, quale appunto il problema del genere di Dio.

   In teoria il problema non dovrebbe sussistere, visto che la Chiesa ha detto con chiarezza, sin dall’età antica, che nell’ambito della Trinità divina i criteri di genere e sesso sono applicabili solo ed esclusivamente al Figlio, non al Padre (né come ovvio allo Spirito Santo). Il fatto che le Scritture parlino di Padre e si riferiscano ad esso al maschile è da intendere in senso metaforico e non letterale. Su questo la Chiesa è molto chiara da un millennio e mezzo, senza lasciar spazio (in via teorica) a nessun equivoco dottrinale. Il concilio di Toledo del 675 confermò con forza quanto già stabilito dai concili precedenti, e fece uso di una metafora volutamente provocatoria: Gesù “è stato generato, o messo al mondo, dal grembo materno del Padre”. L’attuale Catechismo afferma che “Dio non è né uomo né donna […] e trascende pertanto la paternità e la maternità umane”. Nel 1978 papa Giovanni Paolo I, nei pochi giorni del suo pontificato, nel corso di un Angelus domenicale pronunciò le parole, rimaste molto famose, che noi abbiamo preso in prestito per il titolo di questo nostro articolo: “Dio è papà … più ancora, è madre”.

   E’ abbastanza evidente però che le cose siano in pratica molto più complesse e problematiche. Il fatto che le Scritture parlino ripetutamente di Dio Padre, che lo faccia Gesù stesso in molte occasioni, che addirittura la principale delle preghiere cristiane, insegnataci direttamente da Gesù, parli di Padre Nostro, e che la liturgia stessa faccia abbondante uso di un linguaggio maschile, ha contribuito nel corso dei secoli a generare pesanti equivoci in merito. A questi ultimi ha notevolmente contribuito anche l’arte sacra, che spesso ha presentato l’immagine di Dio Padre in termini maschili, quasi sempre come un uomo anziano e con barba. Si tratta anche di un uomo di pelle bianca e normodotato, dunque queste riflessioni si potrebbero anche estendere ad ambiti molto diversi da quelli dei generi maschile e femminile. Il risultato di tutto ciò è che, a dispetto di quanto la dottrina della Chiesa ufficialmente afferma, tra i fedeli (soprattutto di livello culturale più basso) è ancora molto forte l’associazione tra l’idea di Dio e il genere maschile.

   Tutto ciò rappresenta già in sé un grave problema teologico, come è evidente. Se per eresia si intende una “dottrina che si oppone a una verità rivelata e proposta come tale dalla Chiesa” (cito testualmente la definizione del dizionario Treccani), non v’è dubbio che tale connessione tra Dio e il genere maschile presenti forti aspetti eretici.

   Elizabeth Johnson dedica ampio spazio a dimostrare come il problema vada ben oltre il solo ambito teologico, investendo le stesse strutture sociali. Per millenni le giovani generazioni cristiane sono state educate ad associare il genere maschile all’idea di un Dio Padre che comanda e che si incarna in un Figlio a sua volta maschio. Il genere femminile è stato invece associato alla figura della Madonna, considerata impropriamente come un essere divino, dunque quasi come una sorta di quarta componente della Trinità, il che a ben pensarci è un’altra autentica eresia. La figura della Madonna è stata infatti totalmente svuotata da quegli aspetti rivoluzionari che Maryam di Nazareth certamente aveva, in quanto seguace del messaggio di radicale rinnovamento della spiritualità ebraica portato avanti da suo figlio. Essa è stata ridotta all’immagine di una  ragazza che si è realizzata solo in quanto donna obbediente, moglie e madre, e solo in tal modo ha dato un senso alla propria esistenza. Tutto ciò ha rappresentato nel corso dei secoli un supporto oggettivo a una società di tipo androcentrico, in cui il ruolo dominante è riservato agli uomini, mentre le donne hanno la possibilità di realizzarsi solo ed esclusivamente in ambito familiare e domestico. Società fondata dunque sulla subordinazione femminile ai propri congiunti maschi, padri, fratelli o mariti che siano.

   Dopo duemila anni, è davvero molto complicato comprendere quale sia il modo migliore attraverso cui le chiese cristiane possano parlare degli attributi di Dio, in ambito liturgico come nell’arte sacra e, soprattutto, nella formazione spirituale delle giovani generazioni.

   Alcune delle opzioni che si potrebbero prendere in considerazione sono più moderate e propongono di conservare nelle sue linee generali la tradizione liturgica, ma compensandola in molteplici forme: ad esempio dando maggiore spazio, nella formazione dottrinale dei giovani, al tema secondo cui Dio non ha genere né sesso; nonché impegnandosi ad usare un linguaggio il più possibile neutro e facendo cadere gradualmente in disuso la tendenza a rappresentare il divino in forme antropomorfe (ad esempio nelle illustrazioni dei testi usati in ambito catechistico).

   Nell’ambito di tale approccio moderato può essere anche molto utile andare alla riscoperta delle numerose metafore femminili di cui ambedue le parti della Bibbia fanno spesso uso per parlare di Dio. In Isaia 49 possiamo ad esempio leggere: “Può forse una mamma dimenticare il proprio bambino, così da non commuoversi per il frutto del suo seno? Se anche ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai”. La valorizzazione delle metafore bibliche femminili è in verità piuttosto ‘scivolosa’, in quanto rischia di alimentare (come il brano di Isaia chiaramente mostra) lo stereotipo della donna moglie affettuosa, madre premurosa e socialmente subordinata di cui parlavamo in precedenza. Tuttavia essa è certamente uno degli strumenti di cui ci si potrebbe servire. Questo approccio moderato è anche quello a cui io personalmente mi sento più vicina: quanto più moderati sono gli obiettivi che ci poniamo, nell’opera di rinnovamento delle chiese cristiane, maggiori sono a mio avviso le probabilità di ottenere dei risultati buoni, solidi e duraturi.

   Altre ipotesi sono invece ben più radicali, e propongono di rinnovare in modo molto profondo (e persino provocatorio) le forme attraverso cui presentare il divino, fino a giungere all’adozione di un linguaggio apertamente femminile tanto nella teologia quanto nella liturgia, nonché di immagini femminili nell’iconografia. Tutto ciò sarebbe una sorta di ‘terapia d’urto’  per compensare gli effetti deleteri di duemila anni in cui, come detto, l’immagine di Dio è stata in larga parte associata al genere maschile. Tutte queste opzioni sono accuratamente analizzate dall’autrice nel suo testo.

   Negli ultimi anni il tema degli attributi di genere di Dio è stato trattato anche da alcune giovani teologhe italiane in brevi saggi di notevole interesse. Come suggerimento di lettura citiamo Mamma, perché Dio è maschio? di Rita Torti (Ed. Effatà, 2013) dal taglio prevalentemente pedagogico, e Il genere di Dio di Selene Zorzi (Ed. La Meridiana, 2017), dal contenuto più specificamente teologico.

    In conclusione, se vogliamo davvero che nei paesi di cultura cristiana il processo di emancipazione femminile continui fino a raggiungere risultati ancora più avanzati di quelli finora ottenuti, è molto importante trovare le giuste forme per educare i giovani credenti di oggi ad avere una concezione non sessista del divino, poiché, come diceva Mary Daly, “se Dio è maschio, allora il maschio è Dio”.

Marta, Il Cerchio.

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