E se un pastore fosse poliamoroso? La sfida della rev. Elder Rachelle Brown, Responsabile Mondale “ad interim” della MCC

I leaders della Metropolitan Community Churches (MCC) non sono mai stati dei puritani.

 

Origini della MCC

Sorta all’apice della rivoluzione sessuale e dei movimenti di liberazione gay, la MCC non è una di quelle denominazioni cristiane che afferma che Dio benedice solo le coppie tradizionali eterosessuali monogame.

Questa chiesa venne fondata nel 1968 dal reverendo Troy Perry come spazio dove anche i cristiani LGBT potessero incontrarsi per pregare e celebrare insieme.

Perry è un personaggio molto ironico e una volta disse al suo compagno, col quale stava da lungo tempo, Phillip DeBlieck: “Posso essere o sposato o monogamo. Ma non entrambe le cose insieme.” E sono rimasti insieme uniti in matrimonio per decenni.

 

La sfida della nomina di Rachelle Brown

Nonostante questo, alcune persone nella chiesa considerano la recente nomina della rev. Rachelle Brown a Responsabile Mondiale della MCC ad interim una mossa sorprendentemente radicale a causa della sua “strana famiglia”.

 

Le sue origini

Rachelle Brown è cresciuta in una piccola comunità rurale Cajoun in Louisiana.

“Noi abbiamo la nostra cultura” dice Rachelle a proposito della sua gente. “E’ qualcosa che scorre nelle mie vene, in ogni parte di me.”

 

La vocazione

Profondamente religiosa, rev. Brown “sentì la chiamata al ministero fin dalle superiori”; ma – aggiunge: “nell’ambiente in cui vivevo tutto questo era impossibile per me”.

Così, “se ne restò nascosta, senza rivelare la propria omosessualità, e lavorò nel settore delle comunicazioni.” Conseguì una laurea in mass media e un master in comunicazione.

Ma mancava qualcosa nella sua vita.

“Ero in lotta con la chiesa perché era così violenta e malvagia nei confronti delle persone LGBT. Questo non era uno spazio sicuro per me, sia a livello emotivo che spirituale.”

Così Rachelle alla fine smise di andare in chiesa del tutto.

 

L’incontro che le cambiò la vita

Nel 2001, mentre stava partecipando al suo primo Pride a St. Louis, Rachelle si imbattè in uno stand della MCC.

Non riuscì a trattenersi dall’entrare… e ne uscì che era una donna completamente trasformata.

“Ho letteralmente lasciato il mio lavoro, mi sono licenziata e sono entrata in seminario. Fu per me un’esperienza di conversione radicale“.

 

Alla ricerca di una famiglia

Il percorso di Rachelle Brown verso una famiglia rispecchia il suo cammino di fede.

Da sempre desiderava impegnarsi in una relazione stabile, ma ammette lei stessa di non essere mai riuscita a farla funzionare.

“Ero davvero pessima in tutte le relazioni monogame che inanellavo una dopo l’altra. Era davvero molto doloroso: un continuo fallimento. Ogni volta che ci provavo, le facevo terribilmente saltare in aria. E in mezzo a tutto questi movimenti sociali che si battono per i matrimoni egualitari pensavo cose tipo: Non è roba per me.

Ma invece di sentirmi moralmente fallita come ministro di culto, ho iniziato a esplorare“.

 

Ma… quale famiglia?

Non si può dire che Rachelle sia una fannullona.

Così, quando da donna con due master alle spalle (e un dottorato di ricerca in teologia che sta completando) decise di conoscere altri modalità per vivere una relazione, avviò la sua ricerca.

“Ho iniziato a ricercare cosa poteva essere emozionalmente soddisfacente per me e quale tipo di famiglia volevo davvero costruire.

Ho iniziato a parlare con diverse persone… che erano impegnate in diversi tipi di modelli familiari. Alcune erano insieme in rapporti poliamorosi e relazioni aperte da 30 o 40 anni”.

Si mise anche a leggere diversi testi “per capire meglio quali fossero le caratteristiche della famiglie queer e le loro dinamiche e conoscere meglio le discussioni e scontri che avvenivano all’interno delle chiese denominazionali su questi temi”.

 

L’incontro con due donne sposate

Poi incontrò Michelle Jestes e Dama Elkins-Jestes, una coppia di donne lesbiche che erano sposate da tre anni. Le piacquero. E anche lei piacque a loro.

Racconta Rachelle: “Non fu un colpo di fulmine o qualcosa del genere. Eravamo solamente intenzionate a capire meglio cosa avrebbe voluto dire per noi questo tipo di rapporto. Io rispetto pienamente la loro relazione, il loro matrimonio, le loro promesse”.

 

Una scelta non semplice

Nei sette anni che siamo insieme, i responsaboli mondiali della chiesa non hanno mai smesso di sostenerci e incoraggiarci.

Ma – aggiunge la rev. Brown – “abbiamo perso un sacco di amicizie”.

E ammette Rachelle che “se in me c’è una lotta che ho dovuto affrontare nella mia fede, questa ha riguardato il timore che alcune persone, specie quelle più conservatrici, avrebbero potuto scartare il mio ruolo di leader spirituale per il semplice fatto che la mia famiglia è una triade. Perché io non voglio essere un ostacolo per nessuno”.

 

Stereotipi sul poliamore?

Le persone hanno diverse fantasie e rappresentazioni rispetto al poliamore.

Una di queste immagini evoca qualcosa di simile a un’orgia, una massa di corpi nudi che si avvinghiano – e Rachelle pensa che questa sia l’immagine che la maggior parte delle persone ha in testa quando sente parlare di poliamore.

Un’altra raffigurazione è simile a un tipo di poligamia patriarcale che era propria dei mormoni e dalla quale la maggior parte delle persone poliamorose rifuggono.

L’ultima immagine – intitolata “Che cosa è veramente il poliamore?” – è quella di un calendario gigante appeso alla parete.

 

Accordi poliamorosi

“Sono scoppiata a ridere”, dice Rachelle quando gli capitò di vedere proprio questo tipo di calendario per la prima volta. “Perché in casa nostra abbiamo proprio un grande calendario appeso nel corridoio. Ognuno ha il proprio pennarello colorato che utilizza per indicare i propri impegni e programmi. E così sappiamo chi sarà a casa e quando, visto che lavoriamo tutte e abbiamo lavori diversi e quindi impegni differenti “.

Oltre al calendario, Rachelle Brown, Jestes e Elkins-Jestes hanno un accordo comune alle coppie poliamorose: delle regole che stabiliscono i confini etici della loro relazione.

Ad esempio “Abbiamo deciso fin da subito, quando ci siamo conosciute, che la nostra sarebbe stata una triade chiusa. Volevamo assolutamente prenderci cura del nostro benessere emotivo e desideravamo costruire fiducia, integrità e fedeltà tra di noi”.

 

Relazione e amore… prima che sesso

L’aspetto intenzionale, quasi cerebrale, di alcuni rapporti poliamorosi può sembrare strano per chi ne è fuori; ma Rachelle Brown afferma che ha il vantaggio di “estrapolare il poliamore dalla cornice del solo “sesso”.

Si dà quasi sempre per scontato che tutto ciò che uno fa abbia una connotazione sessuale – questo ci riporta al brivido del corpo che abbiamo sperimentato come persone LGBT. Ma il rischio è che poi noi diventiamo solo degli oggetti sessuali, quando si parla”.

Ma Rachelle afferma che la sua relazione va più nella direzione dell’amore.

Io le amo davvero. Amo davvero tanto le diverse cose che ricavo dalle diverse relazioni”.

 

Una guida professionale per il benessere della triade

Naturalmente, non è sempre stato facile.

E così la ricerca di un aiuto e accompagnamento professionale è sempre stata parte integrante della loro triade. Rachelle Brown dice di Dana Erickson, LCSW, la loro terapeuta familiare, che “è la donna migliore al mondo. Siamo andati da lei e lei ci ha detto: Beh, in fondo è come in ogni rapporto. Ogni rapporto è una negoziazione. In questo caso abbiamo solo una persona in più che dobbiamo portare nella negoziazione. Ed è quello che ha fatto e la vediamo molto spesso”.

Siamo esseri umani. E quindi c’è della gelosia. Ne parliamo.

E abbiamo preso l’impegno di vivere sotto lo stesso tetto e di amarci a vicenda e di essere presenti e davvero emotivamente, fisicamente e spiritualmente disponibili.”

 

C’è anche un figlio

La famiglia di Rachelle include anche un bambino di 6 anni, figlio biologico di una delle sue partner. “Condividiamo questa tutela legale da quasi tre anni. È stato con noi per quattro o cinque anni della sua vita. Siamo tutti co-genitori.

Lui ci chiama semplicemente la sua famiglia… senza se, ma, però.”

 

Conclusione

Le persone LGBT hanno sempre costruito delle famiglie, basate sulla scelta.

La famiglia della rev. Brown è l’immagine di una famiglia queer moderna.

Qualunque forma di famiglia scegli per te, è bello sapere che anche la MCC ti sostiene sempre.

 

 

Ndt: l’intervista è tratta dalla versione cartacea di The Advocate e liberamente tradotta dal rev. Mario Bonfanti. Potete trovare la versione online più estesa al seguente link: https://www.advocate.com/current-issue/2017/7/13/what-happens-when-pastor-goes-poly.

 

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