Elogio del deserto interiore

Scrivo questa riflessione a tarda notte, consapevole della difficoltà dell’argomento. Effettivamente scrivere un testo per elogiare la riscoperta della solitudine in questo periodo non è cosa facile e sicuramente non è un’operazione che mi sento di intraprendere. Farò, invece, una semplice discussione sull’importanza del tenere a mente il come un percorso interiore possa far capire la differenza tra lo «stare soli» e l’«essere soli». Entro, quindi, nel vivo della mia discussione.

Non è un caso se io abbia scelto un orario così particolare per scrivere: mi rifaccio alla tradizione monastica ed ho deciso di mettere in fila queste parole mentre, da qualche parte, un monaco si sveglia per celebrare la prima preghiera, quella del «mattutino». Sono pochi gli ordini rimasti a celebralo in notturna, tra questi, i più famosi, sono sicuramente i «certosini». L’ordine fondato da san Bruno di Colonia nel 1084 conserva ancora oggi una durezza eremitica di non poco conto. Proprio questo ha creato un particolare fascino su di me.

Ho sempre cercato di capire come poter comprendere sé stessi e viaggiare nel mondo con la consapevolezza di ciò che si è. Distratti dai mille rumori che ci circondano, spesso perdiamo la bussola di questo discernimento, difficile, poi, da riprendere.

Ma, prima di tutto, cosa e dove cercare? 

Il «sé», nella mia definizione, è il valore ultimo del proprio percorso personale di totale consapevolezza dell’io, quel particolare stato che ci consente di poter dire «io so chi sono». Sembra scontato, ma non lo è. A qualsiasi persona si chiedesse «chi sei?» la risposta avrebbe un immediato seguito con nome e cognome. Ma non è questa la conoscenza. Le parole creano immagini, artifizi che ci permettono di comunicare, ma la conoscenza del proprio io deriva da altro, spesso proprio dal silenzio.

Qui torna la figura centrale del monaco. In svariate culture, i massimi adepti alla ricerca del sé sono spesso chiamati ad un esercizio di visione interiore e per permettere ciò bisogna eliminare il «rumore di fondo»: ecco che si creano i deserti interiori, luoghi di rifugio anacoretico dove entrare in contatto con la propria essenza.

Ma da cosa deriva tutto ciò?

Il primo a «rimanere solo» fu proprio Cristo. Dalle sacre scritture si evince che ciò sia successo almeno 3 volte (numero non casuale): la prima quando va nel deserto. Il brano biblico che ne parla è brevissimo ma sarà quello che più influenzerà la vita monastica del cristianesimo «primitivo». La seconda volta, quella che forse è più famosa, è nel Getsemani, l’orto degli ulivi, la notte che precede la passione. Qui Gesù rimane solo, cade sulle ginocchia ed inizia un preghiera tanto intensa che il sudore si trasforma in gocce di sangue. La solitudine, in questo caso, è forse più evidente, con gli apostoli i quali, presi dalla tristezza, si abbandonano al sonno. La terza volta in cui la figura del Cristo ci rimanda al senso di solitudine è quella più dura: morente sulla croce, chiama il Padre, ma costui non risponde, facendo si che Cristo arrivi a dire «Dio mio perché mi hai abbandonato?»

Possiamo ben capire, da questi tre momenti, come la solitudine possa avere diverse tipologie di gradazione: da un lato una solitudine ricercata per ritrovare se stessti, dall’altra quel senso di vuoto che spaventa e ci rende vulnerabili. Ma soprattutto dal primo esempio, quello del «deserto», si capisce come lo «stare soli» per la ricerca interiore sia entrata nella caratteristica cristiana sia dai primi tempi: all’inizio furono i padri del deserto, tra cui l’iniziatore, Antonio il Grande, il quale stette da solo nutrendosi di un panino all’anno, per 20 anni in un fortino romano abbandonato sul monte Pispir, tra le altre prove alle quali sottopose il suo corpo e il suo spirito. La ricerca, in quel caso, era proprio della solitudine in un posto remoto, luogo per eccellenza per ricercare il proprio deserto interiore. Ma non solo gli abba che fonderanno il monachesimo, anche gli «stiliti» sono figure di fondamentale importanza per capire quanto la ricerca della solitudine e del silenzio siano state fondamentali nel cristianesimo, con figure come Simeone il Vecchio a fare da capostipiti ad una pratica molto diffusa nel cristianesimo orientale. Il monachesimo occidentale arriverà a delle «vette di solitudine» con Pietro da Morrone (meglio conosciuto come papa Celestino V) ma in particolare con i già citati certosini, i quali, ancora oggi, cercano Dio nel deserto della propria cella e nella contemplazione con voto di silenzio.

Ma, quindi, a cosa serve il «deserto» e davvero può aiutare a trovare noi stessi? 

Difficile rispondere. Effettivamente sembrerebbe più una crudele soppressione del bisogno naturale di socializzazione l’eremo: viviamo, esistiamo, grazie al confronto. Analizzando più approfonditamente, però, forse è davvero solo nella pratica del silenzio e della ricerca del proprio deserto che possiamo provare a parlare con qualcosa che è dentro di noi, nascosto, con centinaia di stratificazioni culturali che ci hanno fatto credere che non esista: noi stessi. Esistiamo, si, per riflesso, ma siamo anche delle unità esistenti per sostanza e non solo per forma presa, e quella sostanza si può ricercare solo attraverso un cammino interiore, ed il cammino è nel nostro deserto, quel posto che può sembrare arido, privo di vita, mortale, ma che se conosciuto può offrirci un panorama del tutto diverso.

Questa è la vera complessità, questa la vera sfida, questo lo scopo ultimo della mortificazione della socializzazione: non una privazione del mondo, ma un percorrerlo con consapevolezza. Non si spiegherebbe altrimenti perché in ogni tipo di manifestazione religiosa, il richiamo alla solitudine sia presente quando ci si addentra nel discernimento trascendentale, nella ricerca dell’Io: dall’estremo buddista con l’annullamento delle vacuità e della realtà materiale e persino del proprio Io, fino ai tre gradi della conoscenza esoterica islamica: l’ilm al-yaqîn, la conoscenza della Certezza, l’ayn al-yaqîn, l’occhio della Certezza, e l’haqq al-yaqîn, la totale realtà della Certezza. In pratica ogni passo che si fa verso la conoscenza è un passo dentro noi stessi, cercando di dischiudere l’occhio interiore così da poter dire «so chi sono».

Ma c’è un’altra caratteristica che dimostrano tutte queste manifestazioni: l’obiettivo è sempre lo stesso, ma non esiste un percorso normalizzato, anzi. L’unica certezza è che, in una maniera o nell’altra, per ritrovare sé stessi bisogna affrontare i propri «40 giorni nel deserto», consapevoli che ci saranno da affrontare demoni spaventosi, celati sotto la corazza delle nostre certezze, e che nel farlo saremo chiamati ad una prova di solitudine, la quale, però, ha come obiettivo finale quello della totale conoscenza, dell’elevazione superiore, quella che ci può far dire «domino me stesso», fattore tanto apprezzato dallo stesso san Francesco, nella sua predica sulla perfetta letitia, a Leone disse proprio che la felicità vera derivava proprio dal «vincere su sé stessi».

Perché strettamente connessi, infatti, la totale conoscenza dell’interiore si rispecchia nell’esteriore e quindi conoscere il proprio io interno fa in modo che l’io manifesto, quello tangibile della realtà fisica, possa essere controllato in maniera totale: ne sono esempi le capacità sviluppate da chi, con anni di meditazione volta allo svuotamento dai rumori per sentire la propria essenza, può arrivare a non percepire neppure più il dolore, o a controllare parti o fenomeni del corpo, alterando persino le nostre conoscenze delle scienze cosiddette esatte.

In sostanza, tutto ciò che riguarda la solitudine ci rimanda alla dimensione umana, come il Getsemani, la notte dove non c’è il Gesù divino, ma quello che si è fatto uomo, con le sue paure e le sue preoccupazioni. Il deserto ci fa essere umani tra gli umani, ci fa fare i conti con le nostre paure e ci può rendere forti e consapevoli ma, soprattutto, ci fa capire che se c’è da ricercare un segno divino, non può che trovarsi nel fondo di ognuno di noi.”

«Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.»
San Giovanni della Croce

Jonatas

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