Franzoni: l’abate “rosso”.

Nello scorso mese di luglio, nella sua casa di Canneto (Rieti) è venuto a mancare Giovanni Franzoni, uno dei protagonisti del cristianesimo di base italiano degli ultimi decenni.

 

 

In ricordo di Giovanni Franzoni

 

Nato nel 1928 a Varna, in Bulgaria, dove i genitori si trovavano per ragioni di lavoro, entrò in giovane età nell’ordine benedettino, diventando a 27 anni sacerdote e soli 36 abate di San Paolo fuori le mura a Roma, uno dei principali monasteri benedettini del mondo. Proprio la carica di abate di San Paolo lo portò a partecipare all’ultima parte dei lavori del Concilio Vaticano II. Le statistiche dicono che si trattava del più giovane tra i padri conciliari.

 

 

L’ “abate rosso”

 

Negli anni settanta, a dispetto del clima moderatamente progressista che si respirava durante il papato di Paolo VI (l’autore della Populorum progressio), i rapporti tra Franzoni e il Vaticano divennero sempre più tesi. Principali oggetti del contendere erano le posizioni innovatrici che l’abate aveva pubblicamente assunto nel dibattito in materia di aborto e divorzio, le prese di posizione molto critiche verso l’operato dell’Istituto opere religiose (IOR), la banca vaticana, nonché il crescente appoggio che egli dava all’operato del Partito comunista italiano, in quegli anni diretto da Enrico Berlinguer.

 

 

Sospeso a divinis.

 

In seguito al fallimento dei numerosi tentativi di mediazione con il Vaticano che erano stati posti in essere nel corso degli anni, dom Franzoni fu sospeso a divinis nel 1976. La goccia che fece traboccare il vaso fu l’appoggio ufficialmente dato al PCI in occasione delle elezioni politiche di quell’anno, che si svolsero in un clima di grande tensione e videro la Democrazia cristiana prevalere per soli 4 punti percentuali. Mai ufficialmente scomunicato, fu tuttavia ridotto allo stato laicale, e dunque interdetto dall’attività sacerdotale.

Nei successivi 41 anni Franzoni, nel frattempo sposatosi con la giornalista giapponese Yukiko Ueno, molto più giovane di lui, sarà animatore di una delle principali comunità cristiane di base italiane, quella di San Paolo, nel quartiere Ostiense, in cui continuerà a farsi promotore di un’interpretazione radicalmente progressista delle sacre scritture e del cattolicesimo.

 

 

Le comunità cristiane di base

 

Dagli anni successivi alla conclusione del Concilio, il movimento transnazionale delle comunità di base si è posto l’obiettivo di importare in Europa le tematiche della teologia della liberazione, conciliando dunque la dottrina cristiana con il principio della giustizia sociale. I promotori di tale corrente, a partire dal teologo domenicano peruviano Gustavo Gutierrez, che ne è considerato il padre, l’hanno sempre presentata come la naturale evoluzione dello spirito di rinnovamento sociale contenuto nei vangeli, tradito dai molti secoli in cui la chiesa cattolica è stata schierata con i ricchi e i potenti, ossia l’esatto contrario di quanto Gesù faceva. I suoi detrattori l’hanno invece presentata come un tentativo di conciliare cristianesimo e marxismo, che a sua volta sarebbe un palese tradimento dei vangeli, da nessun passo dei quali si desume che Cristo e gli apostoli si occupassero apertamente di politica; al contrario insegnavano a separare radicalmente la sfera temporale (ciò che è di Cesare) da quella spirituale (ciò che è di Dio).

A partire dalla fine degli anni sessanta, il movimento delle comunità di base si è particolarmente sviluppato soprattutto in America Latina e, in misura molto minore, in Europa. Una delle principali differenze consiste nel carattere più marcatamente ecclesiale delle comunità latinoamericane, le cui attività sono coordinate (e i riti generalmente celebrati) da sacerdoti incardinati nelle diocesi o nelle congregazioni religiose del luogo. Al contrario le comunità europee hanno sempre rivendicato la propria autonomia dalle strutture ufficiali della Chiesa, gestendo in maniera comunitaria anche i riti eucaristici, che nella maggior parte dei casi si svolgono senza la partecipazione di sacerdoti delegati a tale compito dal proprio ordinario diocesano.

 

 

Impegno di studio e ricerca

 

Nel quarantennio successivo alla sua sospensione a divinis, Franzoni ha anche portato avanti una intensa attività di saggista. Le sue pubblicazioni hanno spaziato da tematiche più strettamente biblico-teologiche (Il diavolo, mio fratello, 1986; Le tentazioni di Cristo, 1990; Giobbe, l’ultima tentazione, 1997), ad altre che presentano i capisaldi della teologia della liberazione (Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri, 2000), che intervengono nel dibattito sui diritti civili (Eutanasia, 2004), o che contengono forti spunti polemici verso le strutture della chiesa ufficiale (Le ombre di Wojtyla, 1999).

Tre anni prima di morire, per i tipi di Rubbettino, ha dato alle stampe la sua Autobiografia di un cattolico marginale, bilancio di quasi novanta anni di vita ispirati da una fede cattolica molto profonda e, proprio per questo, dal forte desiderio di contribuire a costruire una società più giusta e inclusiva. Nelle pagine del suo ultimo libro, insieme al ricordo del grande dolore causatogli dal duro scontro con il Vaticano negli anni settanta, non mancano anche accenni di speranza verso il futuro della chiesa cattolica, dall’anno precedente retta da Jorge Mario Bergoglio: “Alcune intuizioni di quaranta anni fa, come l’auspicio di una chiesa povera e libera da interessi mondani, riecheggiano negli atti e nelle parole del nuovo papa Francesco”.

 

 

A Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio

 

Ripensare alla figura di Giovanni Franzoni a poche settimane dalla sua morte ci porta a riflettere sulle tante storture che hanno caratterizzato lo sviluppo della chiesa cattolica fino ai nostri giorni, dall’aver molto spesso guardato con disprezzo alle rivendicazioni sociali dei ceti meno abbienti alla grave intolleranza verso il dissenso interno, che sono forme di tradimento del grande spirito di giustizia sociale che ispira i vangeli e della grande tolleranza verso la pluralità delle opinioni in materia religiosa che anima molte pagine dell’intero Nuovo Testamento. Al tempo stesso non vogliamo esimerci dall’osservare, riprendendo quanto già accennato in precedenza, che esiste una differenza piuttosto grande tra il supportare le lotte per la giustizia sociale e per i diritti civili (logica evoluzione, a nostro avviso, dei valori evangelici) e l’occuparsi in maniera diretta di politica nel senso partitico del termine, che invece appare cosa piuttosto estranea ai valori del cristianesimo delle origini. La grande politicizzazione, la contiguità esplicita e militante con i movimenti politici di estrema sinistra ci appare come un limite piuttosto serio della teologia della liberazione latinoamericana, e probabilmente anche del movimento europeo delle comunità cristiane di base, di cui Franzoni è stato per decenni esponente molto autorevole.

 

Marta S., MCC-Il Cerchio.

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