Gandhi e la forza della verità

Il 30 gennaio 1948 il Mahatma Gandhi veniva ucciso con tre colpi di pistola a New Delhi durante la preghiera del mattino.

 

 

L’uccisione del Mahatma

 

Gandhi venne assassinato da Nathuram Godse in complicità con Narayan Apte: entrambi verranno condannati a morte ed impiccati l’anno seguente. Militanti di formazioni induiste fondamentaliste, gli assassini ritenevano Gandhi responsabile di intollerabili cedimenti nei confronti del Pakistan; credevano inoltre che la filosofia non-violenta gandhiana avrebbe inesorabilmente finito per indebolire il Paese fino a portarlo a completa rovina.

 

 

Il principio religioso dell’Ahimsa

 

Ahimṣā è un terminse sanscrito composto da a privativa e himsa «danno, violenza»: la parola implica una sfumatura intenzionale che si potrebbe rendere con «assenza del desiderio di nuocere, uccidere».

Il concetto etico è tipico del mondo orientale e trova le sue migliori espressioni in ambito indiano nel buddhismo e nel giainismo, in quello cinese nel taoismo.

Il taoismo è in buona sostanza una religione della natura in cui il concetto di wu wei è fondamentale. Il wu wei è anzi un precetto che riguarda il tassativo “non agire” in nessun modo a danno della natura. Lo scopo del principio del wu wei è conservare il perfetto equilibrio, il Tao, del mondo nella sua interezza.

 

 

La connotazione politica dell’Ahimsa

 

Il principio dell’ahimsa venne teorizzato formalmente e ricevette una connotazione politica negli anni venti del Novecento quando il Mahatma Gandhi lo applicò al movimento anticoloniale indiano ed ebbe un peso notevole per il successo del movimento indipendentistico indiano.

Gandhi, rifacendosi alla dottrina tolstojana della “non resistenza al male con il male” basata proprio sul Discorso della Montagna di Gesù, utilizzava l’espressione non-violenza per porre l’accento su ciò che di negativo (la violenza) bisognava sforzarsi di eliminare al fine di costruire un mondo di pace: «In effetti la stessa espressione “non-violenza”, un’espressione negativa, sta ad indicare uno sforzo diretto ad eliminare la violenza».

Gandhi fu altresì influenzato da Thoreau, il cui saggio Disobbedienza civile era stato di ispirazione già per Tolstoj.

All’esempio di Gandhi si sono richiamati esplicitamente Martin Luther King e diversi movimenti pacifistiecologisti e per i diritti civili, soprattutto a partire dagli anni sessanta.

 

 

Resistenza passiva o azione nonviolenta attiva?

 

La parola “nonviolenza” rischiava, però, di insinuare l’idea di una azione politica basata sulla resistenza passiva all’oppressione.

Gandhi fu da subito contrarissimo a questa interpretazione. Secondo il Mahatma la non-violenza è da intendersi come “resistenza attiva” contro il male.

E’ per questo che egli preferiì coniare una nuova parola indiana: satyagraha che significa forza della verità (da Satya: Verità e Graha: forza).

Gandhi adottò tale termine distinguendo così la “nonviolenza del debole” (di chi non ricorre alle armi per viltà) dalla “nonviolenza del forte” (di chi può usare la violenza, ma preferisce ricorrere alla forza dell’amore); solo la seconda era per Gandhi vera non-violenza e satyagraha.

 

 

La forza (se necessario anche violenta) della verità

 

La satyagraha non comporta una assoluta e indiscussa nonviolenza. Essa invece contempla anche, in casi estremi, l’uso della violenza ma non per scopi o con intenzioni violente.

Ecco le parole dello stesso Gandhi:

Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza. Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza.

In questo senso la parola italiana nonviolenza non rende il concetto molto più ampio e pratico della proposta gandhiana: che non è quella di un acritico e irenico pacifismo ad oltranza, ma di una azione politica forte che porti dei reali cambiamenti sociali… cambiando la struttura di fondo.

 

 

La Comunicazione Nonvionenta di Marshall B. Rosenberg

 

In questa direzione lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg ideò, negli anni ’60 un modello di approccio relazionale e di cambiamento sociale che chiamò Comunicazione Nonviolenta (CNV) in onore anche di Gandhi e della sua proposta.

Un modello che parte dallo sradicare dalle basi la struttura patriarcale di dominio delle società occidentali per contribuire a un cambiamento sociale profondo.

Una proposta, quindi, non solo inerente l’ambito “comunicativo” o “interpersonale”. Ma con uno spessore e uno spirito ben più ampio e profondo: usando le parole del suo ideatore una “spiritualità trasformativa”; che si pone l’biettivo di trasformare la società partendo da noi stessi. Come diceva Gandhi: sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.

Ecco cosa scrive Rosenberg: La spiritualità trasformativa ci invita a lavorare prima su noi stessi, affinchè la nostra azione politca non sia intrisa dalla stessa vilenza che opera nelle strutture che vogliamo cambiare.

 

 

La verità forte dell’empatia

 

Partire da noi stessi signofica tornare alle leggi psicobiologiche cui siamo costituiti.

Scriveva Gandhi: Non sono un visionario. Mi reputo un idealista pratico. La religione della non-violenza non è intesa soltanto per i rishi [saggi indù] e per i santi. È intesa anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito giace in letargo, nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della possanza fisica. La dignità umana richiede che si obbedisca a una legge più alta: alla forza dello spirito.

E’ la stessa identica cosa che diceva Rosenberg, anche se con parole differenti: La base spirituale per me è il fatto che cercando di connettermi con l’Energia Divina negli altri e connettere lodo con il Divino in me, amiamo contribuire al benessere reciproco più di ogni altra cosa. Questa è la base spirituale e in questo luogo la violenza è impossibile.

E’ ciò che le scienze evindeniano con sempre maggiore chiarezza: siamo “animali sociali” fatti per relazionarci empaticamente con i nostri simili e collaborare, in rete gli uni con gli altri.

 

Riporre la violenza nel museo

 

Se vogliamo riporre la violenza nel museo della storia dell’umanità, è fondamentale che torniamo a questa forza dello spirito, che non è nulla di religioso: non si tratta di credere in un qualche ipotetica divinità. Sia Gandhi sia Rosenberg non erano affatto teisti!

L’Ahimsa è la forza di quella radicale verità che gli neuroscienziati chiamano empatia (a partire dalla scoperta dei neuroni specchio) e i fisici quantistici interconnessione del tutto.

Qui risiede quella forza rivoluzionaria che può trasformare radicalmente l’umanità.

 

rev. Mario Bonfanti

 

 

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