Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Ieri, venerdì 24 novembre 2017, sono stato invitato a parlare della Comunicazione Nonviolenta (CNV) a un evento organizzato in Sardegna in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il tema dell’incontro era: il valore sociale della comunicazione. E, dopo la proiezione di un paio di cortometraggi sul tema, il sottoscritto e Susi Ronchi (giornalista sarda e coordinatrice dell’associazione GIULIA) alla presenza di un centinaio di persone abbiamo abbiamo aperto il dialogo con due relazioni.

Riporto qui di seguito la traccia del mio intervento.

 

 

Un “uomo” a parlare di donne?

 

Qualcuno potrebbe chiedersi: “Cosa ci fa un uomo al tavolo dei relatori in questa occasione tutta femminile?”

Innanzitutto perchè il tema della violenza di genere riguarda ogni essere umano. Non solo le donne!

In secondo luogo in quanto, come persona queer genderfluid, io stesso, in diverse occasioni, sono stato vittima di discriminazione e violenza psicologica. Quindi è un tema che mi tocca anche personalmente.

Infine, sono stato invitato a questo tavolo in quanto da anni pratico e diffondo, anche qui in Sardegna, la Comunicazione Nonviolenta: un modello ideato dallo psicologo Marshall B. Rosenberg (allievo e collaboratore di Carl Rogers) per far fiorire in noi quella naturale propensione alla connessione e allo scambio empatico.

 

Un linguaggio che crea violenza.

 

Vengo, quindi, al cuore del mio intervento.

Lo faccio mostrandovi un video proprio di Rosenberg che ci apre al tema dell’incontro: il linguaggio.

Video: https://youtu.be/yucaP_vKMrk

La ricerca di una comunicazione e di una sintassi che favorisca l’empatia (invece che la violenza) sorse in Rosenberg dalla consapevolezza del potere performativo del linguaggio e dalla constatazione dell’origine culturale della violenza: le parole provengono dall’esperienza che si sedimenta in vocaboli, concetti e modi di dire; che poi plasmano a loro volta la realtà. E la cultura patriarcale (nella quale siamo immersi) utilizza un linguaggio specifico (non solo verbale) per diffondere relazioni basate sul dominio dei maschi adulti. Un linguaggio che altre società basate su una cultura della mutualità e collaborazione pacifica non utilizzano.

Nel libro “Preferisci avere ragione o essere felice?” Rosenberg cita i risultati di una ricerca proprio su questo argomento. Scrive:

Lo psicologo O.J. Harvey ha viaggiato in tutto il mondo analizzando il linguaggio scritto delle varie culture rispetto all’utilizzo quantitativo di elementi statici, cioè espressioni che definiscono e giudicano. Li ha quindi messi in relazione con il numero di atti violenti, suicidi, violenza contro le donne e in bambini… e ha constatato che c’è una correlazione molto stretta tra linguaggio statico e violenza.

Ecco una delle caratteristiche base del linguaggio della violenza: definire, giudicare, etichettare. Perchè questo tipo di comunicazione porta separazione e violenza? Innanzitutto, perché parte dal presupposto che noi (che giudichiamo) siamo nel giusto e l’altra persona nell’errore (e quindi va punita o ri-educata con polso fermo). Inoltre, ci impedisce di incontrarci nella comune umanità.

 

 

Invertire la rotta grazie alla Comunicazione Nonviolenta (CNV).

 

Il secondo filmato che vi propongo è tratto da un film documentario (Human) ideato dal fotografo francese Yann Arthus-Bertrand, il quale ha girato tutto il mondo intervistando migliaia di persone su alcuni argomenti cardine dell’essere umani: l’amore, il senso della vita e la felicità.

Video: https://youtu.be/h2jPywIAe5o

Dal racconto drammatico di quest’uomo di colore emerge come la sua esperienza ed educazione (se così possiamo chiamarla) lo abbiano portato a credere che l’amore si misuri con il grado di sopportazione: più l’altro subisce più significa che mi ama. In questo modo quel tipo di linguaggio usato dal patrigno (l’ho fatto per il tuo bene) ha deresponsabilizzato l’uomo dai suoi atti violenti, trasformati in terribili prove d’amore, addirittura necessarie.

La Comunicazione Nonviolenta, al contrario, invita le persone a prendersi fino in fondo la responsabilità delle proprie scelte e azioni, invece che nascondersi dietro l’alibi del “l’ho fatto per il tuo bene”.

Inoltre ci guida a guardare in faccia i fatti per quello che sono, piuttosto che interpretarli in base al nostro modello culturale: una sberla è una sberla; non qualcosa che l’altra si è meritata o utile per la sua educazione. E – come ha detto il Presidente Mattarella – il femminicidio è femminicidio (uccisione di una donna in quanto donna) e non delitto passionale. Su questo occorre molta lucidità e chiarezza.

Infine la CNV ci aiuta a discernere con chiarezza bisogni da strategie. Se, per esempio, l’amore è un bisogno universale che accomuna tutti gli esseri umani, gelosia e possessività sono strategie; quindi non necessarie all’amore. Vi sono diverse popolazioni e società dove le relazioni vengono vissute senza possesso e gelosia. È solo un certo tipo di cultura (quella patriarcale) a indurre i maschi rigorosamente eterosessuali a possedere la donna come oggetto da acquistare, mostrare (nuda o truccata o con abiti sensuali) ed esibire come trofeo e conferma della propria virilità. Questi comportanti non sono universali, non sono radicati nella natura umana, ma appartengono a un certo tipo di cultura; una cultura che possiamo benissimo superare se, come ha fatto la suocera dell’uomo nel filmato, riusciamo a vedere, incontrare e (anche) amare l’umanità che è anche nell’altr*.

 

 

Rompere la spirale di violenza: il coraggio che nasce dal dolore.

 

La Comunicazione Nonviolenta è poi utilissima anche per le vittime.

Innanzitutto perché – come ho detto sopra – apre gli occhi e costringe a guardare ai fatti, al di là delle parole con le quali giustifichiamo l’ingiustificabile. Le vittime a volte tendono a sentirsi colpevoli, a dar ragione al carnefice, a coprire la realtà: sono caduta, ho sbattuto contro lo spigolo, ecc. Ma – come scrive Rosenberg – “quando le donne cercano di comprendere razionalmente ciò che è capitato loro, prima di aver ricevuto quell’empatia necessaria per guarire, succede che recidono il collegamento col proprio dolore e lo reprimono. Dicono di aver perdonato. Ma il prezzo che pagano è molto alto.”

In questo terzo filmato la collega di lavoro della protagonista ha il coraggio di sbatterle in faccia la realtà. E questo avvia il cambiamento. 

Video: https://youtu.be/U0N6W34tBhI

Solo quando la vittima vede e nomina i fatti per quello che sono e ascolta se stessa (come si sente, come sta, cosa prova, cosa vuole) interrogandosi sulla propria felicità e soddisfazione o meno nel rapporto, avviene il cambiamento: la persona trova in sé il coraggio di dire “proprio questo è amore: andarsene”. Questo contatto col proprio dolore, dà la forza di guardare con fierezza in faccia l’aggressore per esprimere tutta la nostra rabbia e fargli sentire fino in fondo la nostra sofferenza. Non allo scopo di punirlo. Ma per riportarlo alle sue responsabilità in ordine al cambiamento. Questo contatto empatico col dolore della persona che stava violando ha permesso al marito della protagonista di cambiare e diventare una persona migliore e rispettosa.

 

 

I gruppi CNV: una comunità di pratica e di sostegno.

 

La Comunicazione Nonviolenta non è, come alcuni credono (e come potrebbe indurre a  pensare il suo nome), un modello che ci invita ad essere – uso un’espressione di Rosenberg – “personcine gentili morte”. Nient’affatto. Scopo della Comunicazione Nonviolenta è guidarci nel fare chiarezza sui nostri bisogni profondi e agire con forza e determinazione partendo da questa energia viva in noi. Ma per arrivare a questo nostro centro e trovare integrità e solidità ci richiede molta pratica ed esercizio. E una comunità di sostegno. È quello che la Comunicazione Nonviolenta propone attraverso i gruppi di pratica; come quello che mensilmente si trova anche qui in Sardegna per aumentare consapevolezza e responsabilità e vivere sempre più appieno secondo la propria bella e unica umanità.

 

 

La violenza: reperto da museo.

 

Perchè a superare la violenza non giova il trasformare le vittime in carnefici: passare dai maschi che violano le femmine alle donne che fanno a meno dei maschi o si sentono loro superiori non fa che perpetrare la spirale della medesima violenza; solo se ci incontriamo (al di là delle etichette “maschi”, “femmine”, “persone LGBT”, ecc.) nella comune umanità allora la violenza diverrà finalmente un reperto da museo. E per fare questo occorre dismettere gli stereotipi di genere nei quali siamo prigionieri e rischiare qualche passo fuori dalle sedicenti verità della nostra cultura patriarcale. La Comunicazione Nonviolenta ci offre uno strumento potente, semplice e pratico per andare insieme in questa direzione.

 

 

Vedere la bellezza dell’altr*

 

E vorrei chiudere questo mio intervento con il racconto le parole di una canzone che Rosenberg amava citare spesso nei suoi seminari di CNV: See me beautiful.

Vedimi bell* Cerca il meglio di me.

E’ ciò che sono davvero e ciò che desidero essere.

Ti ci potrebbe volere del tempo.

potrebbe essere difficoltoso

Ma vedimi bell*

 

Grazie!

rev. Mario Bonfanti

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