Il diritto di morire.

Ieri 13 ottobre sul sito del quotidiano “La Repubblica” è stata pubblicata la lettera con la quale Loris Bertocco annunciava la sua decisione di porre fine alla sua vita grazie al suicidio assistito in Svizzera e insieme protesta per l’immobilismo delle Istituzioni italiane su questi temi.

 

 

La vicenda di Loris

 

Nato a Dolo (VE) il 17 giugno del 1958, Loris Bertocco resta vittima di un un incidente stradale il 30 marzo 1977. Un’automobile lo investe mentre era sta viaggiando sul suo ciclomotore. Nell’impatto una frattura delle vertebre C5 C6 lo lascia completamente paralizzato. Da lì inizia il calvario di Loris: operazioni, mesi di riabilitazione, continui ricoveri in ospedale per ulteriori interventi. Loris non si perde d’animo finchè riesce a rientrare a casa nel 1980 con un parziale recupero della mobilità e autonomia.

 

 

Una nuova caduta

Nel marzo 1982 disgraziatamente scivola mentre cammina con le stampelle procurandosi una grave frattura all’omero destro con necessità di una operazione. Da quel momento non è più riuscito a camminare con due stampelle in autonomia ma ha avuto bisogno di una persona fissa che fosse di appoggio per tenersi in equilibrio.

 

 

L’impegno dei volontari

Dal 1985 ha avuto il sostegno anche degli obiettori di coscienza al servizio di leva, affidati dal Comune di Fiesso per 4 ore al pomeriggio dal lunedì al venerdì. Un grande aiuto che è stato però possibile solo fino al 2005, anno in cui è stato eliminato il servizio di leva e di conseguenza anche il servizio sostitutivo alla leva.

 

 

I rapporti sentimentali

Nonostante tutto Loris fa di tutto per ragire e vivere una vita il più possible soddisfacente. Intesse diverse relazionei sentimentali più o meno lunghe con donne, con le quali effettua anche viaggi in Italia e all’estero. Finchè nel 1996 incontra Anamaria, che poi è diventata sua moglie nel giugno del 1999.

 

 

Il peggioramento delle mie condizioni

A novembre del 2000 però la situazione generale di Loris degenera. Questo progressivo peggioramento complessivo ha portato nel 2011 sua moglie a non riuscire più ad affrontare la situazione. Il fatto che l’assistenza gravasse quasi completamente su di lei e che dovesse affrontare faticosamente quasi da sola la soluzione ai problemi quotidiani l’ha portata ad una situazione estrema: la richiesta della separazione.  Una scelta che ha aggiunto sofferenza a sofferenza.

 

 

Le battaglie di Loris

 

In tutta questa situazione, Loris continua a battersi. Si impegna nella rete che lotta per la “Vita Indipendente”, un movimento di associazioni, gruppi, famiglie, persone che affermano il diritto a una vita dignitosa delle persone con grave disabilità.

 

 

La scelta della morte assistita

Alla fine, il progressivo peggioramento fisico e il mancato sostegno da parte delle istituzioni portano Loris alla decisione ultima. Scrive: “è difficile immaginare il resto della mia vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile. Sono arrivato quindi ad immaginare questa scelta, cioè la richiesta di accompagnamento alla morte volontaria, che è il frutto di una lunghissima riflessione.”

 

 

Interrogativi aperti

 

A partire anche da questa dolorosa esperienza, come cittadini (e anche come membri di chiesa) ci poniamo alcune domande:

 

  • La vita è sempre un valore? O meglio: la vita è un valore assoluto o relativo?

La vicenda di Loris e di tanti altr* come lui ci porta a riflettere e chiederci se la                 vita è sempre un valore oppure se lo è solo ad alcune condizioni. E quindi a                     interrogarci su quali condizioni rendono una vita degna di essere vissuta. La                   nostra ipotesi è che, se certo la vita è buona e degna di essere vissuta, vi               sono alcune situazioni che rendono relativo questo valore, che quindi                     non è un assoluto da dover preservare e salvaguardare a tutti i costi.

 

  • Cosa rende una vita degna di essere vissuta?

Crediamo che molti sono gli elementi che rendono una vita degna di essere                     vissuta. E, forse, in situazioni estreme come quella di Loris, ha più senso                       invertire la domanda e chiederci cosa rende la vita non più degna di essere                     vissuta. A volte, infatti, sofferenze fisiche e psicologiche, rendono                           l’esistere una vera e propria condanna: non più un bene (pur relativo) ma                 un male (quasi assoluto). La bilancia dei pro e contro pende troppo                               pesantemente da questa seconda parte e non ha più senso andare avanti.

 

  • Chi può (e deve) decidere quando una vita è giunta alla fine del suo corso?

Il senso di soddisfazione della propria vita dipende da condizioni “oggettive”;                   ma soprattutto dal vissuto: da come noi soggettivamente viviamo queste                       condizioni. Se anche prendiamo in considerazione alcune situazioni di malattia                 che provocano sofferenza, anche lì troviamo che il dolore (pur oggettivamente                 presente) viene sentito e vissuto sempre in modo soggettivo. Quindi non                       esiste nessun criterio esterno (o oggettivo) per stabilire quando una                   situazione sia (o meno) ancora sopportabile. Ma è sempre e solo il                       soggetto che può valutare e decidere di sè.

 

  • Qual è il ruolo di uno Stato democratico a fronte della decisione di un citadino?

              A questo punto uno Stato che vuole essere democratico e quindi si pone come               obiettivo la tutela dei diritti di ciascun cittadino, non può fare altro che                           accompagnare i singoli nelle proprie scelte e aiutarli a realizzare le                       proprie volontà; nel rispetto – certo – della propria Costituzione, ma che non               può mai ergersi contro i diritti umani del singolo cittadino.

 

Concludendo queste brevissime sintetiche riflessioni, come cittadini e cristiani, chiediamo che anche lo Stato Italiano prenda in seria considerazione le rischieste di persone come Loris che chiedono il rispetto del proprio diritto umano di autodeterminazione. Anche rispetto alla propria morte. E che lo faccia presto con leggi su DAT (dichiarazioni anticipate di trattamento) testamento biologico ed eutanasia. L’Italia si trova in un grave ritardo istituzionale che non è più sopportabile, se vogliamo ancora definirci Stato civile democratico ed europeo.

 

rev. Mario Bonfanti

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