Il seme prezioso della tenerezza erotica

Nel vangelo di Giovanni, appena prima dei racconti della passione e morte di Gesù, si trova un versetto che cerca di interpretare la sua tragica fine attraverso la simbolica del seme.

 

 

La simbolica del seme.

 

Al capitolo 12, leggiamo le seguenti parole: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto” (Gv. 12,24).

Il versetto è preceduto e seguito da due accenni al tema della “glorificazione” e dell’“ora” del Figlio dell’uomo, che fanno da cornice e pongono chiarezza sul contesto. Al versetto 23 leggiamo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”; e al versetto 27: “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padrone, glorifica il tuo nome”. Si sta, quindi, chiaramente facendo riferimento all’ormai prossima fine tragica di Gesù, provando a darle un senso, attraverso l’esperienza comune di ogni agricoltore e persona che ha avuto un contatto con la terra e ne conosce le sue dinamiche vitali.

 

Un contatto che lo stesso Gesù, durante la sua vita, ha avuto e, poi, utilizzato spesso per parlare del Regno di Dio. Infatti, dalla parabola del seminatore, a quella della zizzania, al piccolissimo seme della senape, al brevissimo racconto del seme che cresce da solo senza che il contadino faccia nulla, i semi fanno spesso da protagonisti dei racconti rivolti alla gente per illustrare la presenza e potenza del Regno di Dio tra di noi.

Un richiamo ricorrente quello di Gesù ad ammirare la natura e imparare da lei, a partire da quel piccolo oggetto (a volte piccolissimo) dal quale dipende gran parte della nostra vita ed esistenza: il seme. Come scrive il biologo Thor Hanson: “Viviamo in un mondo di semi. Dal nostro caffè del mattino, al cotone dei vestiti, alla tazza di cioccolata… siamo circondati da semi tutto il giorno. Essi ci danno cibo e carburanti, sostanze tossiche e veleni, oli, coloranti, fibre e spezie. I semi sono il nostro pane quotidiano, piuttosto letteralmente, la base di diete, economie e stili di vita in tutto il mondo” (Hanson T., Semi. Viaggio all’origine del mondo vegetale, Il Saggiatore, MI, 2017, p. 21).

 

 

La deriva antropocentrica.

 

In riferimento al contesto della passione, trovo interessante questo cenno di Giovanni al chicco di grano che sembra morire, ma proprio così produce frutti in abbondanza: vi trovo uno spostamento dell’attenzione dall’uomo (Gesù) alla natura (la terra). Come a dire: non stiamo troppo focalizzati sulla tragica fine dell’uomo Gesù, ma guardiamo a come in natura ogni cosa muore e proprio per questo genera nuova vita; e includiamovi anche Gesù.

In effetti un certo cristianesimo successivo ai Vangeli, allentandosi dal loro messaggio, si è eccessivamente focalizzato sulla persona di Gesù (divinizzandola e addirittura idolatrandola) e si è anche troppo concentrato sulla sua passione e morte (rendendo addirittura salvifica una atroce condanna a morte). Questo ha avuto nei secoli conseguenze nefaste (e a volte – oserei dire – diaboliche, in senso letterale): l’identificazione di Dio con Gesù (al posto di riconoscere che in ogni uomo c’è del divino), la concentrazione dell’attenzione sulla sua morte in croce (a discapito del messaggio e della vita precedente e ben più lunga di Gesù), l’elevazione della sofferenza a strumento di purificazione (con conseguente svalutazione del piacere), la mistificazione della malattia come dono (e il derivante accanimento terapeutico), ecc.

 

 

Tornare alla terra.

 

La simbolica del seme, utilizzata dal quarto vangelo in riferimento alla passione e morte di Gesù, ci invita a dismettere tutte queste derive, spostando la nostra attenzione dall’uomo alla natura, e invitandoci ad ammirare il miracolo della vita che è sempre in divenire: un seme cade a terra, sembra morire e non fare nulla per un po’ di tempo, e poi all’improvviso spunta un germoglio e rinasce la vita. Ed è vita in abbondanza; anzi a volte in superabbondanza (come sottolinea la parabola del seminatore). Un invito a fidarci e affidarci alla vita, proprio quando tutto sembra morire e non avere un futuro. E un profondo invito all’umiltà, nel suo autentico significato: sentirci parte della Terra e della sua vitalità.

Come scrive il teologo Matthew Fox, infatti: “La parola umiltà viene dalla parola humus, che significa terra. Essere umili, quindi, significa essere a contatto con la terra, a contatto con la propria terrestrità e gioire del fatto che la nostra terrestrità, la nostra sensualità e le nostre passioni sono una benedizione” (Fox M., In principio era la gioia. Original Blessing, Fazi Editore, Roma, 2011, p. 63).

 

E questa citazione fa da ponte e ci apre alla seconda considerazione.

 

 

L’unzione di Betania.

 

Sempre in apertura del racconto della passione e morte di Gesù, l’evangelista Giovanni riporta l’episodio dell’unzione a Betania (Gv. 12, 1-8), come fanno Matteo e Marco, ma ne modifica completamente il contesto e i personaggi. Se, infatti, nei sinottici ci troviamo nella casa di Simone il lebbroso e la donna che giunge col vasetto di alabastro resta anonima, nel quarto vangelo, invece, l’atmosfera è molto intima e familiare… e anche piccante: siamo a casa di Lazzaro e chi unge Gesù è sua sorella Maria. E lo fa in modo molto hard.

Leggiamo: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva resuscitato dai morti. E qui gli prepararono una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Allora Maria, presa una libra di olio profumato di vero nardo, molto prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”.

 

 

Una scena osè.

 

Un clima molto caldo e domestico; ma anche piuttosto osé, visto che le azioni compiute da Maria ricalcano quelle che una prostituta, ai tempi di Gesù, utilizzava per dare piacere e stuzzicare un cliente.

Se analizziamo il brano, poi, dal punto di vista narrativo, vi troviamo anche qui (come per il versetto precedentemente analizzato del chicco di grano) una costruzione a sandwich: A-B-A. C’è un tema/argomento/personaggio che introduce e, poi, chiude; e al centro viene incastonata un’altra scena/personaggio. Uno schema narrativo che “incornicia” e, quindi, orienta l’attenzione del lettore sulla parte centrale, che risulta essere la principale sulla quale è bene focalizzarsi, per comprendere l’intero senso del racconto.

 

 

La tenerezza erotica.

 

Nel racconto giovanneo dell’unzione di Betania, troviamo Lazzaro che fa da cornice (in 12,1 e poi 12,9ss). Ma il centro della narrazione è tutto spostato su Maria; soprattutto sulla sua tenerezza erotica. Una tenerezza per niente sgradita a Gesù. Anzi, come in altre occasioni (Lc. 7, 36ss tanto per citarne una), Gesù dimostra di apprezzare molto questo gesto; tanto che, di fronte alla costernazione dei presenti che cercano di fermare la donna, ritenendo il gesto troppo esplicito e inopportuno verso un rabbi, interviene dicendo: “Lasciatela fare”.

Vedo in questo brano l’esperienza pratica di quanto dice Matthew Fox, quando scrive: “La vera umiltà, specialmente nel nostro contesto contemporaneo saturo di violenza e di sessualità superficiale, consiste in un ritorno erotico e profondamente sensuale all’assaporare il gusto della vita terrena (…) Lungi dall’essere respinto dalla nostra sensualità, Dio è nella nostra sensualità” (ibidem., p. 67s).

E Gesù ha vissuto, senza paura né sensi di colpa, la propria sensualità, lasciando che Maria si prendesse cura del suo corpo con tenerezza erotica, godendo di questo umano piacere.

 

 

L’Eros che ci salva.

 

Al versetto 7, poi, troviamo un accenno alla passione che mi porta a collegare questo gesto di Maria con il chicco di grano. Dopo aver detto a Giuda: “lasciala fare”, Gesù aggiunge una frase sibillina: “perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura”. Una evidente interpolazione, inserita dal redattore, per richiamare alla passione e morte ormai prossime – così come poco più avanti farà di nuovo, in riferimento al chicco di grano (citato in apertura) – facendoci chiaramente capire che il gesto di Maria è fondamentale per comprendere i fatti che stanno per accadere.

Prima di iniziare il vero e proprio racconto della passione e morte di Gesù, l’evangelista Giovanni ci offre, dunque, due simboli-chiave per entrare nel senso profondo del messaggio e non farci distrarre dagli eventi tragici che stanno per essere narrati; infatti, la drammaticità degli episodi narrati, proprio per le intense emozioni che suscitano, potrebbe divertere l’attenzione del lettore da ciò che più conta: quel messaggio profondo che l’evangelista vuole lasciarci; e che potremmo sintetizzare in questo modo: il seme che tutti riceviamo nella terra delle nostre vite è quella tenerezza fisica carica di eros che ci porta del piacere, quando tutto sembra morire e finire per sempre; quella tenerezza che a volte riceviamo proprio nei momenti più bui e apparentemente privi vita, e che sola ci permette di andare avanti e ci fa rifiorire a nuova e abbondante vitalità; quell’abbraccio, quel bacio, quella pacca sulla spalla, quella silenziosa vicinanza, quella carezza… che a volte ci arrivano improvvise come un dono prezioso e vitale e davvero divino.

Perché in fondo il divino (cioè la vita) – come ci ricorda il teologo Christòs Yannaras – è amore erotico.

 

Buona Pasqua a tutt*

rev. Mario Bonfanti

 

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