Il sinodo sui giovani e il celibato ecclesiastico

Nell’ottobre 2018 avrà luogo a Roma il sinodo dei vescovi cattolici avente come tema I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. All’interno del problema generale del rapporto tra i giovani e la fede, sarà dunque dibattuto il tema delle vocazioni verso le varie forme di vita consacrata, che riveste un carattere particolarmente delicato e urgente se consideriamo la drammatica crisi che le vocazioni cattoliche hanno fatto registrare negli ultimi decenni, in particolar modo nel cosiddetto nord del mondo.

 

 

Dibattito sul celibato

 

Nell’approssimarsi di tale appuntamento, sta diventando sempre più ampio il dibattito sul celibato che la chiesa cattolica impone alla quasi totalità dei propri ministri di culto, con le sole eccezioni dei sacerdoti di rito orientale e di quelli che, provenienti da altre chiese cristiane che non impongono il celibato, hanno chiesto di aderire alla chiesa cattolica dopo aver contratto matrimonio. Non riteniamo casuale la concomitanza tra tale dibattito e l’imminenza dei lavori sinodali, in quanto il divieto di  ordinazione di quanti non si sentano di vivere il sacerdozio in una condizione di castità e celibato contribuisce innegabilmente a rendere le ordinazioni sempre meno frequenti.

 

 

Viri probati

 

Un primo interessante aspetto del tema del celibato sacerdotale è proprio il fatto che, negli ultimi mesi, esso è stato toccato da rappresentanti vaticani al massimo livello, non escluso lo stesso papa Francesco, che nel marzo 2017, in un’intervista rilasciata al direttore del giornale tedesco Die Zeit, si è esplicitamente riferito alla possibilità che, in aree del mondo toccate dalla crisi di vocazioni, possano essere affidate mansioni sacerdotali ai cosiddetti viri probati, ossia a uomini sposati che abbiano a lungo collaborato alla gestione dei culti della propria parrocchia e abbiano dunque dato prova di solida fede.

Il tema è tornato di attualità nelle ultime settimane, in seguito alla pubblicazione del volume Tutti gli uomini di Francesco, scritto dal vaticanista Fabio Marchese Ragona e pubblicato dalle edizioni San Paolo. Il libro contiene un’intervista al cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione per il clero, dunque il più stretto collaboratore di Bergoglio sulle questioni concernenti il clero. Richiesto di un’opinione sul tema, il porporato afferma che è certamente il caso di valutare se l’ordinazione dei viri probati possa essere utile per alleviare quella che egli definisce “emergenza sacramentale”, soprattutto in alcune zone, come la foresta amazzonica o le isole del Pacifico, in cui per ragioni logistiche non è facile per un sacerdote coprire una pluralità di parrocchie, come è ormai usuale nel nord del mondo.

D’altra parte si tratta di una proposta che per molto tempo è stata portata avanti dal cardinale francescano brasiliano Claudio Hummes, fraterno amico di papa Francesco e predecessore di Stella alla carica di prefetto per il clero. Proprio Hummes sta coadiuvando il pontefice nell’organizzazione del sinodo panamazzonico che, nel 2019, potrebbe essere il momento in cui tradurre in pratica un’eventuale apertura all’ordinazione sacerdotale di uomini sposati (o quantomeno all’attribuzione ad essi di funzioni sacramentali) che dovesse aver luogo nel sinodo del 2018.

 

 

Gli apostoli erano celibi?

 

Beninteso non si tratterebbe di un’abolizione pura e semplice del celibato sacerdotale, ma sarebbe pur sempre il primo passo nella direzione del superamento di un obbligo che, oltre a rappresentare un forte deterrente alle nuove vocazioni, è anche totalmente privo di fondamento biblico. La teologia cattolica (e di molte altre chiese cristiane) si fonda sul principio della successione apostolica: gli apostoli hanno trasmesso la propria autorità ai vescovi, i quali ordinano i sacerdoti affinché  li coadiuvino. Nessun passo del Nuovo testamento ci fa pensare però che gli apostoli e i loro successori fossero celibi. Molte pagine vanno anzi nella direzione esattamente opposta. Piuttosto noti sono i brani dei tre vangeli sinottici in cui si narra la guarigione della suocera dell’apostolo Pietro. Il vangelo di Matteo, ad esempio, ci informa che “entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo” (8, 14-15). Non sono mancati biblisti cattolici che hanno sostenuto che forse Pietro aveva una suocera in quanto vedovo, ma nulla lo lascia pensare. Anzi alcune delle lettere giunteci sotto il nome di Paolo confermano pienamente che, nelle comunità paleocristiane, era del tutto usuale l’ordinazione di uomini (e donne!) sposati.

Nella prima lettera ai corinzi, indubbiamente paolina, l’autore si chiede: “Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?” (9, 5). La prima lettera a Timoteo, probabilmente non paolina ma comunque canonica e rappresentativa delle norme in vigore nelle comunità cristiane antiche, nell’enumerare le qualità di cui deve dar prova il buon candidato all’ordinazione episcopale, menziona anche il fatto che sia “non sposato che una sola volta […] Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità” (3, 2-3).

Non mancano, come noto, passi evangelici e paolini che elogiano la scelta virtuosa di non sposarsi, da parte chi sia destinato alla consacrazione ecclesiastica, ma essi vanno chiaramente nella direzione di una scelta libera, che in nessun modo può configurarsi come obbedienza a un obbligo formale. Tanto che le stesse chiese ortodosse, pur essendo più conservatrici di quella cattolica su molte tematiche, consentono l’accesso al sacerdozio (anche se non all’episcopato) di quei giovani maschi che abbiano già contratto matrimonio.

 

 

“Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”

 

L’obbligo di celibato sacerdotale, previsto dunque dalla sola chiesa cattolica di rito latino, è andato consolidandosi a partire dall’età tardo-antica, ed è stato codificato in maniera definitiva in età medievale, senza peraltro mai essere elevato al rango di dogma. E’ infatti una prassi recepita dal diritto canonico vigente, con le eccezioni già menzionate. Si tratta del frutto dell’affermazione di vedute sessuofobiche  totalmente estranee al cristianesimo delle origini ma molto radicate nella società ebraica del I secolo, che gradualmente sono andate affermandosi anche in ambito cristiano.

Se davvero l’attuale pontefice, a dispetto delle notevoli resistenze conservatrici, desse inizio al graduale superamento di tale obbligo, rendendo il celibato e la castità una libera scelta del singolo, ciò non solo contribuirebbe a rendere meno incresciosa la crisi delle vocazioni, ma ridurrebbe molto quell’enorme difficoltà della chiesa a riformarsi e modernizzarsi che il cardinale Martini denunciava con forza nella sua ultima intervista: “La chiesa è rimasta indietro di duecento anni! Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”.

 

Marta S., MCC-Il Cerchio

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