Io NON sto con Madre Teresa!

Il 4 settembre scorso è stato il primo anniversario della canonizzazione di Madre Teresa: una “santa” che incarna una spiritualità della sofferenza profondamente antievangelica.

Ma procediamo passo passo.

 

Da Anjezë Gonxhe Bojaxhiu a Madre Teresa.

Nacque il 26 agosto 1910 a Skopje in una benestante famiglia di genitori albanesi originari del Kosovo. Restò orfana di padre all’età di otto anni. E a 18 decise di farsi suora  nelle Suore di Loreto, un ramo dell’Istituto della Beata Vergine Maria che svolgeva attività missionarie in India. Dopo un periodo in Irlanda per imparare l’inglese, nel gennaio 1929 venne inviata nel Darjeeling, alle pendici dell’Himalaya, per completare la sua preparazione, studiando le lingue inglese e bengali.  Il 24 maggio 1931, prese i voti temporanei, assumendo il nome di Maria Teresa, e venne trasferita a Calcutta dove per i successivi 17 anni visse e lavorò presso il collegio cattolico di Saint Mary’s High School, frequentato soprattutto dalle figlie dei coloni britannici. Insegnava storia e geografia e poté studiare la lingua hindi.

Nell’agosto del 1946 Calcutta fu teatro di scontri sanguinosi tra diverse fazioni indipendentiste, note come Great Calcutta Killing. La città fu paralizzata per diversi giorni e Madre Teresa, uscita dal collegio per trovare del cibo, rimase impressionata dalla devastazione che ebbe modo di vedere. Madre Teresa decise quindi di uscire dal convento e mettersi al servizio dei “più poveri tra i poveri”, come si sentiva ora chiamata a fare.

Una decisione apparentemente encomiabile e di tutto rispetto. Ma…

 

I lati oscuri della “santa”.

Nel 2003, il saggista Christopher Hitchens denunciò Madre Teresa come “falsa, fanatica, fondamentalista“. L’articolo metteva in evidenza la sua rigidità ultracattolica in merito a temi come aborto, contraccezione e divorzio; e la accusava di guarire i malati al solo scopo di fare proseliti. Tanto che nel 2015 Mohan Bhagwat, leader dell’organizzazione nazionalista, disse di lei: “In nome del servizio reso sono state effettuate delle conversioni religiose”.

E non è tutto.

Uno studio canadese del 2013 sollevava dubbi sull’utilizzo delle numerose donazioni arrivate alla “santa”, passate su numerosi conti bancari, non sempre in modo trasparente. Infatti più che essere utilizzati per la sue cliniche, Madre Teresa li avrebbe utilizzati per finanziare i conventi delle sue suore. E ci si chiede: “Data la gestione parsimoniosa di Madre Teresa, ci si potrebbe chiedere dove siano finiti i milioni di dollari destinati ai più poveri fra i poveri”.

Cosa intende lo studio quando scrive “gestione parsimoniosa”?

Per rispondere ci viene in contro l’Huffington Post, il quale, in un articolo apparso proprio il giorno della canonizzazione, riporta le dichiarazioni sconvolgenti di un’ex volontaria presso un centro delle Missionarie della Carità: “Lì, da Madre Teresa, la sofferenza viene glorificata, non guarita; i pazienti ricevono poca o nessuna cura, l’igiene è ben lontana dall’essere ottimale. Il medico passa una volta alla settimana per tutti i pazienti, inclusi i malati di cancro che sono trattati con aspirina e vitamine”. E di testimonianze simili abbondano giornali e interviste rilasciate da diversi ex volontari ed ex benefattori.

 

La perversa spiritualità della sofferenza.

Come ben mette in luce l’articolo di Jonathan Bazzi su Gay.it, nell’agire di Madre Teresa c’era una perversa retorica della Passione di Cristo, esito marcio di una spiritualità profondamente malata. Ecco una frase della “santa” riportata dall’articolista: “C’è qualcosa di meraviglioso nel vedere i poveri accettare la propria sorte, sopportandola come se si trattasse della Passione di Cristo. Il mondo ha parecchio da guadagnare dalla loro sofferenza”. Di qui la degenerazione del lasciar morire i malati, della scarsa igiene, delle rare visite mediche – come sopra testimoniato dagli ex volontari.

Prosegue Bazzi: “Madre Teresa non voleva curare, voleva splendere alla luce del dolore (…) Ciò che soprattutto le importava era la promozione del culto (sadico?) basato sul dolore e la morte.”

Qui sta il punto più degenerato della sua “santità”: (im)porre la sofferenza come strada per arrivare a Dio.

 

Una via profondamente antievangelica

Partiamo dall’etimologia. Il messaggio di Gesù (chiunque sia stato – ora non ci interessa indagare su questo) ci è pervenuto attraverso alcuni scritti detti “Vangeli”. La parola proviene dal greco “eu-anghellion” che significa “buona notizia”, “lieto annuncio”, “notizia che fa saltare di gioia“.

Già da qui si capisce che la sofferenza, poichè rattrista, chiude in se stessi e fa star male, è l’esatto opposto del “vangelo”.

E se proviamo a leggere i racconti in cui Gesù incontra una persona malata, troviamo che il suo comportamento è stato sempre l’esatto contrario di ciò che Madre Teresa ha fatto per tutta la vita. Si è presa una bella cantonata la “santa”!

Gesù non ha mai e poi mai invitato le persone ad accettare la sofferenza, a sopportare il dolore e a offrirlo a Dio per il bene del mondo”. Anzi! Nei vangeli si racconta che egli ha guarito i malati, specialmente quelli che erano messi ai margini della società dal suo tempo. Non sto dicendo che quello che scrivono i vangeli sia un racconto storico attendibile. Non sono così stupido da credere che Gesù abbia fatto dei miracoli. Sto portando alla luce il fatto che da quei racconti emerge un messaggio forte e chiaro: Dio non vuole la sofferenza! Anzi si manifesta proprio lì dove la sofferenza viene sconfitta. Il che significa – parlando il nostro linguaggio e partendo dal nostro mondo contemporaneo – attraverso la medicina e tutte le sue fantastiche scoperte e rimedi (che sono davvero un “miracolo” dell’ingegno umano).

 

Godi la vita! Il messaggio radicale della Bibbia.

Secondo il teologo Matthew Fox (col quale collaboro da anni per la Spiritualità del Creato in Italia) la teologia cattolica ha tradito il messaggio biblico ed evangelico, ponendo alla base della sua spiritualità la “purgazione” (o purificazione/espiazione) per poter giungere all’illuminazione e unione con Dio. Ma, scrive Fox nel libro In principio era la gioia: “il triplice sentiero spirituale che passa dalla purgazione all’illuminazione e infina all’unione non è biblico e non è ebraico. In poche parole, non è mai stato insegnato da Gesù”.

Se quindi vogliamo essere veramente cristiani, è fondamentale che torniamo al messaggio biblico. Cito alcuni passaggi della Bibbia per dare una idea del messaggio di gioia e invito alla vita che vi è presente. E solo soli alcuni pochissimi esempi, visto che la Bibbia è piena di testi come questi:

  • Siate fecondi: fate sesso e diffondetevi per tutta la terra (Genesi 1,28; 9,23)
  • Sara disse: Dio mi ha riempito di gioia; e chiunque verrà a conoscenza della mia storia si rallegrerà con me (Genesi 21,6)
  • La via del Signore è giusta: riempie il cuore di gioia (Salmo 19,9)
  • L’uomo non ha altro scopo sotto il sole se non mangiare, bere ed essere felice (Qoelet 8,15)
  • Dio non ha creato la morte e non gode della sofferenza dei viventi; ma ha creato tutto per l’esistenza (Sapienza 1,14)
  • Amare il Signore allieta il cuore, dà contentezza, gioia e vita piena (Siracide 1,10)
  • Il Signore apparecchierà per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, cibi succulenti e vini raffinati. Eliminerà morte e dolore per sempre (Isaia 25,6s)
  • Si rallegrino il deserto e la terra arida; esulti e fiorisca la steppa. Canti con gioia e con giubilo (Isaia 35,1s)
  • Gioisci figlia di Sion, esulta, Israele e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme (Sofonia 3,14)
  • Gioisci e rallegrati, Maria, perchè sei dotata di grandissimi doni e qualità (Luca 1,28)
  • Vi ho detto queste cose perchè la vostra gioia sia piena (Giovanni 15,11; 16,24)
  • Rallegratevi e gioite sempre; ve lo ripeto: siate felici! La vostra allegria sia nota a tutti (Filippesi 4,4s)

 

La patologia dello “scarto”.

Bastano queste poche citazioni per rendersi conto di come il messaggio della cosiddetta santa sia ben lungi dal Vangelo e dalla spiritualità biblica. Una stortura che purtroppo perdura in un certo tipo di cattolicesimo. E che ritrovo anche nella locuzione tanto cara a Papa Francesco: “cultura dello scarto”. Continuo a vedere nella chiesa cattolica una ossessione per i malati, i sofferenti, gli ultimi, gli scarti… che trovo patologica e malata. Una specie di feticismo spirituale che esalta chi soffre ed è emarginato, condannando chi non se ne prende cura e invitando tutti i fedeli a mettersi dalla parte degli ultimi. Che, in realtà, è anche quello che dio avrebbe fatto, quando – come racconta il libro dell’Esodo, sentì il grido degli ebrei schiavi in Egitto e decise di scendere (Esodo 2,24s). Ma, in questa spiritualità deforme, manca un elemento essenziale nel testo biblico: Dio scese per liberarli (Esodo 3,8)! Non per esaltarli o dire loro: portate pazienza e offrite la vostra sofferenza per la salvezza del mondo. Qui sta la patologia antievangelica di questa spiritualità deforme. Nella Bibbia mai e poi mai si trova un invito a sopportare la sofferenza e offrirla a Dio come sacrificio. Anzi! Quando gli amici di Giobbe suggeriscono una simile via, Dio s’infuria e li condanna, dando ragione a Giobbe che bestemmia e si ribella (Giobbe 42,7s). E qui sta la divergenza radicale tra la Bibbia e queste spiritualità deforme.

 

Da una spiritualità traslativa a una spiritualità trasformativa.

Il saggista e filosofo statunitense Ken Wilber distingue due funzioni cui le religioni adempiono e che sono antitetiche: la traslazione e la trasformazione. La prima serve ad aiutare la persona a dare un senso alle sofferenze e a sopportarle, grazie a un insieme di racconti, miti e riti volti a far passare il fedele a un nuovo modo di percepire la realtà, senza cambiarla. La seconda, invece, distrugge e porta una rivoluzione profonda nel mondo e nella realtà. Non chiede accettazione ma trasformazione.

Il teologo Walter Wink, nel libro Rigenerare i poteri, scrive: “Gesù aborrisce sia la violenza che la passività. Egli elabora uno stile di azione per cui si possa combattere il male senza rifletterlo, affrontare l’oppressore senza imitarlo e neutralizzare il nemico senza distruggerlo”. E quindi cita alcuni esempi di personaggi più vicini a noi (quali Gandhi, Martin Luther King, Dorothy Day, ecc) come esempi concreti di cosa significhi combattere il male trasformando se stesso e la società. E poi prosegue: “Gesù non invitava gli schiavi a rinunciare al senso di dignità per incitarli alla mortificazione dell’ego; il loro ego era già stato mortificato migliaia di volte, tanto che la maggior parte di loro si convinceva di essere veramente inferiore. Non gli si poteva chiedere di rinunciare alla loro autostima offrendola in sacrificio a Dio. Era precisamente per ristabilire la loro dignità e autostima che Gesù proponeva un’iniziativa nonviolenta”.

 

Ecco la fondamentale differenza (e divergenza) tra Gesù e Madre Teresa: quest’ultima vive e predica una spiritualità traslativa, che invita i malati a sopportare e accettare le proprie sofferenze offrendole a Dio per il bene del mondo (ecco l’operazione traslativa per dare un valore morale a ciò che non ha nessun senso); Gesù, al contrario, invita ed educa le persone a opporsi ai Poteri Oppressivi che vogliono tenerli sottomessi per trasformare la società verso una maggiore giustizia ed eguaglianza (che lui chiamava “regno di Dio”).

 

Se, quindi, vogliamo essere cristiani (cioè discepoli che mettono in pratica la via di Gesù) dobbiamo seguire la spiritualità di trasformazione vissuta da Gesù, Gandhi, Dorothy Day, Martin Luter King, Sylvia Rivera, Mandela, Malala… e tutt* coloro che hanno speso (e ancora oggi spendono) la vita per un mondo inclusivo, di pace, giustizia e rispetto per tutt*. Dobbiamo – come scrive il teologo Matthew Fox nel libro Preghiera – opporci ai “nemici della vita”, cioè a chiunque ci impedisca di vivere, di godere dell’esistenza appieno, di fare la nostra strada personale, di star bene e divertirci e ridere…

E con la consapevolezza che “lasciare che continuino a mentire significa incoraggiarli; rifiutarsi di rispondere loro NO! significa unirsi a loro nel rigettare la vita” concludo dicendo con forza e determinazione: NO! Io NON sto con Madre Teresa!!!

rev. Mario Bonfanti

 

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