La Bibbia e le persone lgbt: gli eunuchi nelle sacre scritture ebraico-cristiane.

Una teologia “lgbt-inclusive

 

A partire soprattutto dagli anni settanta (in misura maggiore nel mondo protestante e, più limitatamente, in quelli cattolico e anglicano) si è sviluppata una corrente di studi teologici e biblici molto sensibile ai temi dell’inclusione delle persone omosessuali, bisessuali e transgender. Uno dei pionieri è stato certamente il padre gesuita americano John McNeill, il cui saggio del 1976 The Church and the Homosexual ha aperto la strada a numerosi altri studi condotti nei decenni successivi da ricercatori di varie denominazioni cristiane. McNeill ha pagato a caro prezzo il suo impegno civile, con l’estromissione dall’ordine gesuita e la sospensione a divinis, al termine di una dura polemica che negli anni ottanta lo ha contrapposto alle autorità vaticane, in primis all’allora cardinale Ratzinger, prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Alcuni degli studiosi più autorevoli di tale area di ricerca fanno o hanno fatto parte delle Metropolitan Community Churches, da Mona West e Robert Goss, curatori di Take Back the Words, a Queer Reading of the Bible (2000), a Marcella Althaus Reid, autrice nel 2004 di The Queer God.

Il grande limite che per molti anni ha caratterizzato la teologia “lgbt-inclusive” è stato il suo carattere prevalentemente difensivo. Ci si è cioè mossi in larga parte lungo due direzioni di ricerca.

La prima è consistita nel mettere in evidenza come alcuni passi delle sacre scritture, tradizionalmente interpretati in chiave molto omofobica, si prestino invece a una lettura molto diversa. L’esempio più celebre è, come noto, il passo del libro della Genesi che narra la distruzione della città di Sodoma. Anche grazie al contributo dei teologi più impegnati sul versante lgbt, oggi anche biblisti cattolici di vedute molto moderate riconoscono che l’elemento omosessuale è piuttosto marginale in tale pagina, che ci presenta un’ira divina che scaturisce soprattutto dalla violazione del dovere di ospitalità, uno dei valori più sacri nella cultura ebraica del tempo. Ne parla apertamente anche Gianfranco Ravasi nel saggio sul Libro della Genesi del 2001.

La seconda direzione, anch’essa molto apprezzabile e feconda, è consistita nel mettere l’accento sulla necessità di contestualizzare i contenuti delle sacre scritture che, pur ispirate divinamente, sono state tuttavia scritte da uomini (nel senso di “esseri umani e anche di “maschi”) che erano profondamente influenzati dalla cultura del proprio tempo, e proponevano concetti che nessuno oggi si sognerebbe di sottoscrivere: il Pentateuco contiene pagine molto dure verso l’omosessualità, ma prescrive anche l’uccisione delle donne che fanno sesso al di fuori del matrimonio e dei figli disobbedienti e con il vizio dell’alcool; le lettere paoline contengono alcuni passaggi omofobi, ma esaltano anche la sottomissione della donna all’uomo nel matrimonio e (indirettamente) sembrano persino ritenere accettabile una versione “mitigata” della schiavitù.

 

 

Riappropriarsi del testo biblico

 

Da alcuni anni è andata affermandosi una nuova linea di ricerca molto interessante e meno “difensiva” delle due appena menzionate, consistente nel mettere al centro dell’attenzione numerose pagine bibliche, in qualche caso anche dell’Antico Testamento, che hanno invece un indiscutibile ed esplicito contenuto inclusivo verso le persone che hanno un orientamento omosessuale e bisessuale, o un’identità che oggi definiremmo transgender. Si tratta di una vera riappropriazione del testo biblico e del suo senso più profondo.

In queste nostre riflessioni vorremmo soffermarci soprattutto sui passi biblici che menzionano la figura dell’eunuco.

Il principale di essi è certamente il capitolo 19 del vangelo di Matteo, in cui è Gesù stesso a menzionare tale figura. Avendogli i suoi discepoli posto una domanda piuttosto delicata sul tema del matrimonio (nella cultura ebraica dell’epoca la formazione di una famiglia era considerata come un vero dovere religioso), egli risponde: “Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (versetto 12). E’ evidente che, in questo brano, Gesù utilizzi il termine “eunuco” in un’accezione molto ampia, riferendosi a tutti quanti, per le ragioni più disparate, non avvertono il desiderio di realizzarsi nella vita matrimoniale e genitoriale. E’ probabile che il terzo gruppo a cui fa riferimento sia rappresentato da quanti, per ragioni religiose, ritengono che una vita contemplativa sia preferibile a una attiva e familiare. Sembra però abbastanza evidente che le due espressioni precedenti contengano un chiaro riferimento rispettivamente alle persone omosessuali e bisessuali (dunque eunuche in senso lato), che per natura e non per scelta hanno un orientamento diverso da quello maggioritario, e a quelle eunuche in senso stretto che, avendo per natura un’identità di genere diversa da quella biologica, prendono poi la decisione di sottoporsi a castrazione. Nel corso dei secoli, essendo ovviamente impensabile un percorso di transizione di genere come quelli che la medicina offre ai nostri giorni, la transessualità si è incanalata in forme molto diverse, in qualche caso anche rituali, che andavano dal travestitismo alla evirazione vera e propria. Non ci sembra di forzare il pensiero di Gesù se affermiamo che il messaggio di fondo che emerge da questo brano è che, contrariamente a quanto sostenuto da una parte della tradizione ebraica, il regno dei cieli è accessibile anche a quanti facciano parte di una di queste tre categorie.

E’ molto importante sottolineare che, su questo punto, il discorso di Gesù non è totalmente innovativo, essendo infatti anticipato dalla celebre pagina del libro di Isaia in cui il profeta attribuisce a Dio stesso le parole: “Non dica l’eunuco: -Ecco, io sono un albero secco!-. Infatti così parla il Signore circa gli eunuchi che osserveranno i miei sabati, che sceglieranno ciò che a me piace, e si atterranno al mio patto: -Io darò loro, nella mia casa e dentro le mie mura, un posto e un nome, che avranno più valore di figli e di figlie; darò loro un nome eterno che non perirà più”. (Isaia, 56, 3-5). Molto spesso i discorsi di Gesù contengono riferimenti, più o meno evidenti, alla Bibbia ebraica. E’ dunque probabile che egli, nell’episodio citato da Matteo, abbia usato il termine “eunuco” nello stesso significato estensivo che a suo avviso il passo di Isaia conteneva. In ambedue  i casi, dunque, ci si riferisce a tutti coloro che, per orientamento sessuale, identità di genere o scelta mistica, non desiderano realizzarsi in una vita familiare di tipo tradizionale.

Concludiamo con il passo degli Atti degli apostoli (capitolo 8) in cui Filippo, uno dei diaconi scelti dopo la pentecoste per prendersi cura dei più bisognosi, ispirato dallo spirito santo, si incammina sulla strada che collega Gerusalemme e Gaza. Incontra un eunuco etiope di fede ebraica, presumibilmente appartenente alla comunità oggi definita falasha, formatasi gradualmente a partire dal VI a.C., dall’unione di ebrei della diaspora e di popolazioni indigene africane. In molte società dell’età antica gli eunuchi riuscivano a raggiungere posizioni di alto livello nella vita pubblica del proprio paese. L’etiope degli Atti è infatti diventato uno dei più stretti collaboratori della regina Candace, il che fa pensare che, nel suo caso, si tratti di un eunuco nel senso letterale del termine, dunque la seconda delle categorie a cui Gesù si era riferito nel vangelo. Mettendo in pratica quanto Cristo aveva detto (e quanto Dio stesso aveva detto, per bocca di Isaia), Filippo non nutre alcuna avversione per lui, al contrario gli illustra il significato di un passo delle sacre scritture ebraiche e poi, su sua richiesta, lo battezza, accogliendolo dunque a pieno titolo nella comunità cristiana.

 

 

Una fede che provoca sofferenza

 

Il nostro breve percorso di lettura di alcuni passi biblici vertenti sul tema degli eunuchi è dunque un esempio di approccio non puramente difensivo al rapporto tra sacre scritture e condizione lgbt, in cui non ci si limita a ridimensionare la portata di alcune pagine apparentemente omofobe ma di focalizzare l’attenzione su altre, di grande importanza, che dimostrano come il rinnovamento della spiritualità ebraica portato avanti da Gesù è consistito anche in un atteggiamento molto inclusivo verso le persone omosessuali, bisessuali e (ante litteram) transgender. Anche su questo tema dunque, nel corso dei secoli, si è consumato un grave tradimento da parte della Chiesa verso i valori del cristianesimo delle origini. Tradimento ancor più grave poiché ha spinto a lungo le persone lgbt a considerare il mondo ecclesiale come una realtà ostile. Da un lato molte di loro hanno considerato la fede religiosa come qualcosa di poco compatibile con la propria condizione di vita, e ne hanno preso le distanze. In molti altri casi uomini e donne di grande fede hanno invece vissuto con profonda angoscia l’asserita incompatibilità di essa con il proprio orientamento sessuale. Il cristianesimo, nato soprattutto per dare serenità e conforto a chi era posto ai margini della società ebraica (e poi pagana) dell’epoca, ha dunque finito per diventare ragione di grande sofferenza.

 

Marta S., MCC-Il Cerchio

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