La condizione femminile nelle comunità cristiane delle origini. L’esempio di Santa Lidia.

Uno dei temi maggiormente discussi nella chiesa cattolica al tempo di papa Francesco è il ruolo della donna all’interno della struttura ecclesiale.

Spesso il dibattito viene portato avanti attraverso la menzione di quanto accadeva al tempo degli apostoli, quando le prime chiese cristiane andavano rapidamente strutturandosi. E’ quanto accaduto nel 2016, quando Bergoglio ha istituito una commissione di studio sull’eventuale ammissione delle donne al diaconato. Il pontefice stesso ha motivato la decisione con il suo desiderio di attribuire al nuovo organismo il compito di studiare il rapporto tra donne e diaconato in età antica.

 

 

Lidia di Tiatira, “la prima cristiana europea”.

Nella prima parte del nostro testo faremo alcune considerazioni sulla figura di Lidia di Tiatira, considerata una delle prime persone europee (uomini inclusi) ad aver abbracciato il nascente cristianesimo e venerata come santa da tutte le chiese cristiane che riconoscono tale tipo di culto.

A dispetto dello spazio piuttosto limitato che il Nuovo Testamento le attribuisce (una parte del sedicesimo capitolo degli Atti degli Apostoli) ci sembra che la figura di Lidia fornisca molti importanti spunti di riflessione sulla condizione della donna in molte comunità paleocristiane.

Originaria della città di Tiatira, in Asia minore, Lidia si trasferì in giovane età nella cittadina macedone di Filippi, dove intraprese l’attività di commerciante di porpora. Le tinture a base di porpora erano estremamente costose e ricercate in età imperiale, poiché con esse si coloravano tessuti estremamente pregiati. Ciò faceva dunque di Lidia un’imprenditrice piuttosto benestante, un’immagine molto lontana da quella della donna angelo del focolare che si sarebbe successivamente fatta strada in ambito cristiano.

Gli Atti definiscono Lidia “credente in Dio”, espressione con cui all’epoca si indicavano le persone di origine pagana che si erano successivamente convertite all’ebraismo. Nella comunità ebraica di Filippi Lidia era una delle promotrici di un gruppo di preghiera femminile. Quando infatti Paolo e Luca, accompagnati da Timoteo e Sila, nel corso del primo viaggio europeo giungono a Filippi e chiedono dove sia la sinagoga, vengono informati che in città non ve n’è nessuna e i culti hanno luogo presso un piccolo fiume. Giunti in riva ad esso, Paolo e i suoi compagni trovano solo un gruppo di donne intente a pregare, tra cui Lidia. Dopo aver ascoltato la predica di Paolo, alcune di loro chiedono e ottengono di essere battezzate. Anche Lidia riceve il battesimo, insieme ad alcuni suoi familiari.

Tale immagine di grande autonomia nella gestione del culto si discosta molto da quella che si farà successivamente strada nella chiesa, secondo cui in ambito ecclesiale le donne devono svolgere un ruolo subordinato e ‘ancillare’ rispetto agli uomini.

Nel corso dei propri viaggi gli apostoli, per il vitto e l’alloggio, dovevano fare affidamento sull’ospitalità dei cristiani del luogo.

Luca racconta dunque che, giunta la sera, Lidia dice a Paolo e ai suoi collaboratori: “-Se mi avete giudicata fedele al Signore, venite e rimanete nella mia casa-. E ci costrinse ad accettare”.

Quest’ulteriore passaggio è interessante per almeno due ragioni.

La prima è che il testo non fa menzione del fatto che Lidia avesse eventualmente un marito e dei figli. Naturalmente non si può escludere che li avesse, ma in tal caso probabilmente l’autore degli Atti li avrebbe menzionati, visto che duemila anni fa non era usuale né ben visto che una donna single invitasse un gruppo di uomini semisconosciuti a passare la notte nella propria casa. In una società in cui le donne diventavano mogli e madri in età adolescenziale, il fatto che Lidia si fosse realizzata nel lavoro imprenditoriale ma non in ambito familiare è un elemento che va fortemente in controtendenza.

D’altra parte, il fatto che lei non abbia esitato un attimo a mettere la propria casa a disposizione degli apostoli dimostra anche che per lei le rigide norme morali del mondo ebraico dell’epoca, inerenti al rapporto tra i sessi, non rivestivano poi una grande rilevanza.

 

 

La condizione femminile nelle antiche comunità cristiane.

Quella di Lidia è solo una delle tante figure femminili, che il Nuovo Testamento menziona, e che sono molto distanti dall’immagine di una donna che si realizza solo in quanto moglie premurosa e madre affettuosa ed è posta ai margini di una istituzione ecclesiale diretta solo ed esclusivamente da uomini.

I vangeli ci fanno conoscere molte donne che trovano la loro piena realizzazione proprio lasciando (o trascurando) le proprie case e diventando seguaci di quel Gesù che, per molti ebrei dell’epoca, era poco più di un bizzarro predicatore. E’ il caso di Maria di Magdala e Maria di Betania, ad esempio.

Le lettere paoline fanno poi menzione di molte donne che, nelle nascenti comunità cristiane, esercitavano un ruolo di leadership particolarmente dinamico. Con ogni probabilità il compito di consegnare la lettera di Paolo ai cristiani di Roma fu affidato a Febe, che l’apostolo presenta come diacona della città greca di Cencrea e che molto probabilmente stava per recarsi a Roma per curare alcune pratiche legali (segno di grande autonomia anche su un piano sociale): “Vi raccomando Febe nostra sorella, che è diacona della chiesa di Cencrea, perché la riceviate nel Signore in modo degno dei santi.” (Romani, 16, 1-2).

La figura di Febe divenne talmente celebre nel mondo paleocristiano che sul monte degli Ulivi di Gerusalemme è stata ritrovata una lapide funeraria in greco risalente al VI secolo (che riproduciamo in apertura del nostro testo) e sulla quale si può leggere: “Qui giace la serva e vergine di Cristo, Sofia, diacona, seconda Febe, addormentatasi nella pace”. E’ superfluo osservare che la lapide è preziosa anche in quanto attesta che, nella comunità di Gerusalemme, le donne hanno continuato ad essere ministre di culto per almeno mezzo millennio dopo la morte di Gesù.

La prima lettera a Timoteo, nell’elencare le qualità morali e comportamentali che i ministri ordinati devono soddisfare, fa anche alcune considerazioni sulle aspiranti di sesso femminile, che devono essere “dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto” (1 Timoteo, 3, 11). Ulteriore testimonianza del fatto che l’ordinazione femminile era cosa del tutto usuale, in quel periodo.

Con ogni probabilità una delle più strette collaboratrici di Paolo era Tecla di Iconio, che lo seguì anche in molti viaggi apostolici e, successivamente, ne compì anche alcuni in autonomia, trovando una morte violenta proprio nel corso di una missione a Seleucia, nei pressi dell’attuale Baghdad. Del loro rapporto parlano ampiamente gli Atti di Paolo e Tecla del II secolo. Il testo è considerato apocrifo dalla chiesa cattolica, ma Tecla è ufficialmente riconosciuta martire ed è venerata come santa da cattolici e ortodossi.

 

 

Un’involuzione androcentrica.

   La società ebraica antica, che possiamo conoscere attraverso l’Antico Testamento, aveva in realtà caratteristiche marcatamente androcentriche. Sia nell’ambito sociale sia in quelli familiare e cultuale erano gli uomini a svolgere un ruolo dominante, e le donne erano in larga parte relegate nella dimensione domestica.

La letteratura cristiana antica ci fa invece comprendere come una della conseguenze più innovative del messaggio di Gesù sia stata proprio l’emancipazione femminile. Come tutti i processi di rapido cambiamento sociale, anche la liberazione delle donne si è sviluppata in una maniera molto contraddittoria e conflittuale, che ci sembra essere riflessa anche da alcuni passaggi di lettere paoline e pseudopaoline tradizionalmente citati come ‘maschilisti’.

Con il passare dei secoli la chiesa cristiana si è sviluppata e diffusa sempre più, ma in molti campi ha avuto luogo una marcata involuzione conservatrice, che ha tradito numerosi aspetti del messaggio di Gesù.

L’emancipazione femminile è sicuramente stata una dei terreni in cui maggiormente si è consumato tale tradimento. Le donne sono state gradualmente respinte in una dimensione domestica prettamente vetero-testamentaria, e a loro è stata negata la possibilità di svolgere in ambito ecclesiale delle funzioni di responsabilità generale, valide anche verso gli uomini.

 

 

I progressi dei secoli XX e XXI.

Ai nostri giorni, come conseguenza dei cambiamenti verificatisi nella società, degli enormi progressi sono stati fatti sul terreno dell’attribuzione alle donne di ruoli di crescente responsabilità nelle chiese cristiane. Essi sono stati più rapidi e profondi nel mondo protestante e anglicano.

La Metropolitan Community Church, realtà non denominazionale ma nata 49 anni fa in ambito protestante nordamericano, dal 2005 ha una donna come propria moderatrice mondiale: Nancy Wilson dal 2005 al 2016 e Rachelle Brown dal 2016 ad oggi.

Nel consiglio degli anziani, che governa la MCC a livello internazionale, ben sette componenti su undici sono attualmente di sesso femminile.

 

Nel mondo cattolico e ortodosso i progressi sono stati molto più lenti e marginali. I quattro anni di pontificato di papa Bergoglio hanno però fatto registrare un’inversione di tendenza molto interessante, manifestatasi non solo nella nomina della commissione di studio sul diaconato femminile ma anche nell’attribuzione a una donna di due cariche vaticane di enorme peso, quelle di direttrice dei musei vaticani (Barbara Jatta) e di vicedirettrice della sala stampa della santa sede (Paloma Garcia), da sempre ricoperte da uomini.

Come cristiani ecumenici, auspichiamo che i segnali riformatori registrati nel mondo cattolico negli ultimi anni, possano accentuarsi e ampliarsi sempre più.

Marta S., MCC-Il Cerchio

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