La lettera a papa Francesco di Ortensio da Spinetoli

Il 31 marzo 2015, pochi giorni prima di compiere 90 anni, moriva improvvisamente il frate cappuccino, sacerdote e teologo Ortensio da Spinetoli, uno dei rappresentanti più noti e autorevoli del cosiddetto pensiero cattolico ‘del dissenso’.

 

Teologo del dissenso

Ordinato sacerdote nel 1949, Ortensio (al secolo Nazzareno Urbanelli) si è segnalato ben presto per la profondità delle sue ricerche teologiche, che lo hanno portato a diventare docente di studi biblici presso l’università francescana Antonianum di Roma e a tenere corsi presso diversi altri atenei, inclusa la Facoltà teologica valdese, a riprova della stima di cui godeva anche presso altre correnti cristiane del nostro paese.

La pubblicazione del suo primo testo di rilievo, Maria nella Bibbia (1963), in cui era presentata un’immagine di Maria che si discostava molto da quella trasmessa dalla vulgata cattolica tradizionale (che tendeva a ridurla a madre affettuosa e moglie premurosa), ha anche segnato l’inizio di crescenti pressioni rivoltegli dal Sant’Uffizio, affinché i contenuti dei suoi scritti fossero maggiormente allineati con la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica.

Oggetto di richiamo ufficiale già nel 1964, Ortensio fu sottoposto a un formale procedimento disciplinare vaticano nel 1974, anno in cui era stato pubblicato l’ultimo volume della sua trilogia Gesù Cristo. Il suo itinerario spirituale. La procedura si concluse con la rimozione dall’insegnamento e con una forte limitazione dei suoi interventi pubblici.

Egli ha tuttavia continuato la sua attività di ricerca, diventando punto di riferimento della componente più progressista del mondo cattolico italiano. I suoi studi cristologici hanno portato, nel 2005, alla pubblicazione del volume Gesù di Nazaret, uno dei suoi libri più noti.

 

 

La lettera a papa Bergoglio

In questo nostro testo vorremmo fare qualche osservazione sulla lettera aperta che Ortensio inviò a papa Francesco nel settembre del 2013, pochi mesi dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a sommo pontefice. Molti passaggi di essa sono infatti, a nostro avviso, di enorme interesse dal punto di vista della Metropolitan Community Churches, la cui dichiarazione di fede si limita a fissare una cornice dottrinale ed etica, ma senza richiedere l’accettazione di un preciso e rigoroso complesso dogmatico da parte di coloro che ne fanno parte o che desiderano aderire ad essa.

Il testo del frate marchigiano è estremamente sintetico, ma ciononostante smonta con efficacia alcuni principi che da molti secoli sono stati dati per scontati dalla chiesa cattolica come dalla maggior parte delle chiese cristiane diffuse nei cinque continenti.

Sin dall’età antica, soprattutto in seguito alle sottili e complesse analisi dottrinali della patristica, si è considerato indiscutibile il fatto che la chiesa dovesse avere una sua dottrina tanto ampia da coprire nella loro interezza le tematiche teologiche di maggior rilievo. Dai credenti si è dunque pretesa l’accettazione acritica di numerosi dogmi, alcuni dei quali ufficializzati molti secoli dopo la morte di Gesù, e che dunque hanno decisamente poco a che vedere con il cristianesimo delle origini.

A titolo di esempio, basti pensare che la verginità di Maria fu ufficializzata dal secondo concilio di Costantinopoli del 553. La presenza reale e fisica di Gesù nel pane e nel vino eucaristico è stata sancita dal concilio lateranense IV del 1215, per essere poi confermata in via definitiva dal concilio tridentino nel XVI secolo. Per quanto incredibile possa sembrare, c’è persino un dogma proclamato nel 1950, cioè quasi duemila anni dopo la morte di Gesù: quello dell’assunzione (anche fisica!) di Maria in cielo.

Tutto ciò, fa osservare Ortensio, contrasta con il pensiero di Gesù in molti punti.

I vangeli sono molto chiari sul fatto che, negli ultimi tre anni della propria vita, Gesù ha messo al centro più la solidarietà verso gli ultimi che non le sottigliezze dottrinali, e soprattutto ha avuto un atteggiamento profondamente inclusivo verso quei seguaci che non condividevano le sue vedute.

Scrive Ortensio nella lettera pubblicata per la prima volta nel 2017, in appendice al libro postumo “L’inutile fardello”: vista la sua indole ‘mite e umile’ (Mt 11,29), la sua predicazione propositiva e non impositiva, il suo stile parenetico e non dogmatico, i suoi temi preferiti quali l’accoglienza, la carità, l’amore, il perdono, nessuno può mai pensare che [Gesù] possa aver negato il suo riferimento, peggio abbia messo al bando chicchessia o abbia suggerito ai suoi di fare altrettanto con chi non era in sintonia con il suo e il loro insegnamento.

Ma dopo la morte di Gesù, prosegue Ortensio, ben presto si è fatto strada tra gli apostoli un atteggiamento sempre più dogmatico e repressivo verso chi non era allineato a quelle che andarono affermandosi come le idee ufficiali della nascente chiesa cristiana: A cominciare da Paolo che da buon giudeo imprigiona i discepoli di Gesù Nazareno (At 8,3) e da convertito fa espellere dalla comunità di Corinto un povero peccatore (1 Cor 5,3). E’ lo stesso atteggiamento che si ritrova nella comunità di Matteo, in cui la presenza degli erranti per un certo tempo è tollerata ma poi segue l’espulsione (Mt 18.17). Ormai nell’unica chiesa di Cristo si è instaurato un regime di preclusioni ed esclusioni che […] si allargherà irrigidendosi sempre più nel tempo, fino ai nostri giorni.

E’ molto triste è frustrante far parte di una chiesa che pretende che tutti la pensino allo stesso modo sui punti di maggior rilievo teologico e che non ammette il dissenso e la libertà di pensiero.

Non è detto che Dio parli a tutti negli stessi termini, pertanto la libertà delle opinioni va intesa come una ricchezza, non come un limite, come peraltro hanno riconosciuto anche alcune voci molto autorevoli all’interno delle stesse alte gerarchie vaticane: Il pluralismo di qualsiasi forma non è una iattura bensì una ricchezza, perchè fa ridondare su tutti i carismi, le donazioni accordate a ciascuno. Quante energie sono andate perdute perché i superman di turno hanno impedito ad altri di esprimersi. Papa Giovanni, veramente saggio oltre che santo, ripeteva che la chiesa è un giardino tanto più bello quanto più ricco di molteplicità e varietà di fiori.

Di fronte alla prevedibile obiezione, secondo cui non è accettabile che un membro di una comunità ecclesiale cristiana sostenga tesi palesemente infondate e non in linea con le sacre scritture, Ortensio osserva che “l’accettazione del pluralismo non significa che tutte le teorie o dottrine siano uguali o, peggio, tutte giuste e vere, ma che tutte hanno eguale diritto di libera circolazione nell’alveo comunitario”.

 

 

La MCC e la libertà di pensiero

I concetti che Ortensio espone nella lettera a papa Bergoglio sono straordinariamente preziosi per chi fa parte di una chiesa, come la MCC, che, oltre ad essere profondamente ecumenica, ha sempre profondamente valorizzato e rispettato la diversità delle opinioni dei propri aderenti.

Nella dichiarazione di fede della MCC, approvata nella XXVI conferenza generale, tenutasi in Canada nel 2016, si legge infatti che “noi non crediamo tutti esattamente le stesse cose, e proprio attraverso la nostra diversità noi costruiamo la nostra comunità, fondata sull’amore radicalmente inclusivo di Dio per tutti gli esseri viventi.”

Naturalmente non mancano nello statement of faith dei punti di riferimento peraltro non vincolanti, sia sul piano dottrinale sia su quello etico. Le sacre scritture della tradizione ebraico-cristiana, e in particolar modo le parole e le opere di Gesù narrate dai vangeli, sono indicate come la base della nostra fede, così come la concezione trinitaria della divinità (che peraltro, come ovvio, si può intendere e declinare in forme anche molto diverse tra loro): “La MCC è un capitolo nella storia della chiesa universale, il Corpo di Cristo. […] Noi ti conosciamo attraverso molti nomi, o Dio trino, che sei al di là dell’umana comprensione e ti sei rivelato a noi attraverso Gesù Cristo, che ci invita al sacro banchetto”.

Vengono esplicitamente posti al centro della nostra fede anche gli ideali evangelici della giustizia sociale e della coesistenza armonica di tutte le componenti del creato: “noi lavoriamo per costruire un mondo in cui ognuno abbia abbastanza per vivere, le guerre cessino, e tutte le parti del creato vivano in armonia. Noi crediamo che tu [o Dio] abbia incaricato il genere umano di aver cura della terra, dei mari e dell’aria”.

Dai vangeli è dunque tratta l’essenza del messaggio di Gesù, che viene messa alla base della nostra fede. Sul modo di intendere tali principi però, come su tutti i punti teologici di maggior rilievo, si rispetta e valorizza la libertà delle opinioni dei singoli credenti che, lungi dall’essere un limite, è proprio la grande ricchezza della nostra chiesa.

 

Marta S. – MCC Il Cerchio

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