Natale: un tempo per guardare la nostra vulnerabilità

Natale: Emmanuele, Dio in mezzo a noi.

Con queste parole possiamo riassumere ciò che il cristianesimo celebra il 25 dicembre, 6 gennaio o 7 gennaio. La divinità viene a condividere la nostra umanità come infante.

 

Non riesco a pensare a nulla di più vulnerabile di un bambino.

 

La parola vulnerabilità deriva dal vulnus (ferita) abilis (che può); è quindi la qualità di essere ferito. Ma a chi è interessa essere ferito? Immagino a nessuno. Ora la domanda è piuttosto: possiamo evitare di essere feriti?

 

Quali sono le conseguenze teologiche ed etiche che derivano del pensare che la divinità ha scelto di essere vulnerabile e non onnipotente?

 

Dopo le esperienze degli attacchi terroristici al centro delle città del nord del mondo (New York, Londra, Madrid) è diventato chiaro che nessuna nazione ha uno scudo che può impedirle di essere ferita nel cuore.

Forse a causa di questa realtà scioccante, alcuni filosofi del nord del mondo, come Judith Butler e Adriana Cavarero, si sono messe a riflettere sui temi della violenza e vulnerabilità.

Queste pensatrici ci invitano a guardare alla vulnerabilità non come minaccia ma come spazio per il dialogo, come luogo comune in cui tutti ci incontriamo. È un invito a inclinarci; un’inclinazione che cambia la postura: invece di guardare dall’alto, ci protendiamo per guarire le ferite.

 

In tempi recenti, i discorsi e le pratiche che cercano di dislocare le persone sono stati la norma; e in questo modo i sistemi politici e religiosi stanno generando migliaia di “corpi usa e getta”. I discorsi populisti invocano il ritorno ai cosiddetti valori fondamentali e vengono usati contro i migranti, contro coloro che hanno una religione diversa dalla nostra, contro i poveri, contro le minoranze etniche, contro le comunità queer … contro tutto ciò che viviamo come minaccia alla nostra sicurezza. La domanda è: su quali basi costruiamo la nostra sicurezza?

 

In mezzo a questa situazione, Dio sceglie la vulnerabilità per camminare in mezzo a noi e da questo spazio la divinità si piega verso la nostra vulnerabilità, per guarirci.

Forse è tempo di guardare noi stessi a partire dalle nostre ferite per guarirci insieme come comunità. L’Emmanuele è qui in mezzo a noi … non abbiamo paura!

 

Rev. Elder Margherita Sánchez de Léon

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