O la croce o la mensa: (anti)modelli cristici.

Siamo appena entrati in quella che viene detta “settimana santa” dalla maggioranza della cristianità.

La tradizione ambrosiana della chiesa di Milano (nel cui territorio ci troviamo) la chiama “settimana autentica”. Un appellativo interessante che ci porta a riflettere e chiederci: qual è il messaggio autentico di questa settimana cristiana?

 

Vorrei brevemente presentare due modelli con le loro radici e conseguenze.

 

Il modello imperiale della “croce”.

 

Il primo (dai più dato per scontato) è quello che ruota attorno simbolo della croce.

In effetti i racconti evangelici della passione paiono essersi costruiti attorno a questo tragico esito della vita di Gesù tanto che gli studiosi hanno da sempre evidenziato lo sbilanciamento della narrazione verso questi eventi finali.

Ma, a ben vedere, negli ultimi capitoli dei vangeli non è presente solo la croce come punto focale del quadro complessivo della narrazione. Troviamo infatti anche: l’ingresso messianico, la cena pasquale, il tradimento/discorsi di addio, il gruppo degli apostoli e le donne, la figura di Maria (la madre di Gesù), la tomba vuota, ecc.

Quindi ci chiediamo: perchè poi la croce è diventata centrale, tanto da diventare addirittura il simbolo identificativo del cristianesimo stesso?

Tutto iniziò dall’imperatore Costantino e dalla leggenda della sua visione: il 27 ottobre del 312, alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio combattuta in località Saxa Rubra nel corso della quale venne sconfitto Massenzio – come riferisce Eusebio di Cesarea – una croce luminosa apparve in pieno pomeriggio; sulla croce campeggiava la scritta «Toutô nika» (che la tradizione trasformò nel più noto «In hoc signo vinces»). E da lì la croce divenne il simbolo ufficiale del cristianesimo e dell’impero.

 

 

Modello o antimodello evangelico?

 

Nel nome di questo simbolo nei secoli sono state commesse le più gravi atrocità e i peggiori crimini contro l’umanità: conversioni forzate dei pagani, distruzione dei loro templi, cristianizzazione di culti antichi radicati sul territorio e vitali, le crociate, la caccia alle streghe, torture di ogni foggia per piegare ipotetici eretici a confessare ciò che non avevano commesso, la terribile inquisizione… e via dicendo.

Ma – e torno all’appellativo ambrosiano di questa settimana – è questo il messaggio autenticamente evangelico? Credo che tutti converrete nel rispondere con un secco NO!

Gesù non ha mai detto (da quanto traspare dai Vangeli) di massacrare, punire o torturare in nome di Dio. Anzi appena Pietro osa estrarre la spada per difenderlo da chi era giunto ad arrestarlo, lo rimprovera e gli intima di mettere via il pugnale (Giovanni 18, 11).

 

Cambiare modello

 

Anche a fronte degli ultimi episodi di violenza e terrore (i missili scagliati da Trump contro la Siria, l’attacco terroristico a Stoccolma, e le due stragi di cristiani copti in Egitto) non sarebbe meglio dismettere e congedare una volta per tutte un (anti)modello oppressivo di morte così intriso di sangue e scelto da un imperatore, per sostituirlo con uno più autenticamente evangelico, scelto dalla Bibbia stessa e foriero di vita?

 

 

Il modello biblico della “mensa”.

 

Questo simbolo che voglio prendere in considerazione è la mensa.

Faccio riferimento al banchetto pasquale dell’ultima cena… e non solo.

Infatti prima di quella famosa mensa, i racconti evangelici ci presentano un altro episodio (con i quali aprono questa settimana) attorno a una tavola.

Scrive l’evangelista Giovanni: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena” (12,1-2).

L’episodio compare anche nei Sinottici (Matteo 26, 6 ss; Marco 14,1 ss) ma con personaggi differenti e un riferimento eucaristico finale riferito a una donna (“in memoria di lei”) che apre inediti squarci e – diremmo noi – femministi. E in effetti le donne giocano un ruolo molto forte nei racconti della Passione e solo le prime testimoni della Resurrezione.

Questa sottolineatura sconvolgente per la mentalità dell’epoca in cui visse Gesù, dove si diceva che era “meglio bruciare la Torah piuttosto che darla da leggere a una donna”. E qualche studioso ipotizza che sia anche per questo comportamento verso le donne che Gesù venne condannato dagli scribi.

 

 

Il potere inclusivo della mensa

 

Probabilmente l’atteggiamento (e messaggio) di Gesù ha superato questo veto socio-religioso ed è arrivato fino a noi proprio grazie al simbolo inclusivo della mensa. 

Se, infatti, la croce è un modello che contiene in sè dinamiche di oppressione ed è basato su un modello relazionale che evidenzia la colpa sia del condannato a tale orribile morte sia – nel caso dell’innocente Gesù – di chi ha causato tale delitto (e da qui viene sia il disprezzo verso Giuda sia secoli di antisemitismo cristiano, presente anche nella liturgia cattolica del Venerdì Santo dove si pregava per i “perfidi giudei”), la mensa è, al contrario, simbolo del nutrimento reciproco, del dono, della condivisione, dello stare seduti fianco fianco, del fare festa e godere con gioia la vita.

La tavola è il luogo domestico e intimo dove ci si nutrono il corpo e le relazioni. E non a caso nel Primo Testamento (poi ripreso anche dalle parabole e azioni di Gesù) essa è il simbolo del Regno di Dio. Come, per esempio, scrive il profeta Isaia: “Preparerà il Signore per tutti i popoli un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.” (25,6)

E, infatti, uno dei simboli dei primi cristiani ad essa connesso erano i pani (e i pesci) che Gesù aveva condiviso con molte persone. E non è un caso che nei vangeli sia raccontato due volte in più volte rispetto all’episodio della croce (Matteo 13, 14-21; 15, 29-39; Marco 6, 30-44; 8, 1-10; Luca 9, 12-17; Giovanni 6, 1-15). Non penso sia casuale nell’economia del messaggio.

 

Conclusioni

 

Concludendo: credo che la vera autentica rivoluzione cristiana (anzi umana) stia proprio qui: aprire la propria mensa a chiunque (anche al nemico) e condividere quello che la vita/natura ci dona, godendo, facendo festa insieme e ringraziando – come insegnava il saggio Qoelet (9, 7-9).

E credo che anche questa sia la vera sfida e strategia vincente di fronte ad ogni terrorismo: invece che portare avanti la dinamica della croce (di colpa-punizione) che ci illudiamo porti a salvezza, aprire le porte e condividere la mensa per fare festa insieme e divertirsi come tutti figli dell’unico universo. Come dice anche l’antropologo William Ury (uno dei massimi esperti in negoziazione e risoluzione dei conflitti) in questo video (https://www.youtube.com/watch?v=WrHQnoLYHfs) l’opposto del terrorismo è “prendere uno sconosciuto e trattarlo come amico e accoglierlo nella tua casa”.

E qual il simbolo più utile e funzionale per diffondere questo modello relazionale se non la mensa?

Come pratichiamo noi nella Metropolitan Community Churches (MCC) la open communion, cioè la mensa aperta a chiunque: aderente o meno alla MCC, cristiano o musulmano o buddista o altro, credente o non credente, maschio o femmina o trans o altro, eterosessuale o LGBT+, uomo o animale che sia…. chiunque è accolt* e benvenut*

 

 

Buona settimana autentica!

rev. Mario Bonfanti

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