Omocausto: fare memoria perchè non accada mai più.

Domenica 20 gennaio scorso il Cerchio si è di nuovo incontrato nei locali del Guado, nonostante le numerose difficoltà che incontriamo nel far combaciare impegni e disponibilità.

Questa volta il tema era il cosiddetto omocausto, ovvero la persecuzione delle persone omosessuali da parte del Terzo Reich.

Nonostante la stragrande maggioranza delle vittime morte nei campi di sterminio fosse perseguitata perché ebrea, molte altre categorie erano invise dal “Reich millenario” e avrebbero dovuto essere eliminate dalla nuova Europa: persone omosessuali, Rom e Sinti, “asociali” (ovvero chi non si conformava alle norme imposte alla società), testimoni di Geova (per il loro rifiuto del patriottismo), disabili (il nuovo Tedesco doveva essere perfetto sotto ogni aspetto), oppositori politici in generale… prima impiegati in lavori a ritmi disumani e poi morti a centinaia di migliaia nei vari campi di sterminio, soprattutto verso la fine della guerra, quando si profilava sempre più la sconfitta del Reich.

 

Il 27 gennaio, giorno in cui (nel 1945) Auschwitz, abbandonata dai Tedeschi, fu raggiunta dall’Armata Rossa, da alcuni anni è stata proclamata Giornata della Memoria: le fila dei sopravvissuti ai campi, dopo molti decenni, inevitabilmente sono sempre più esigue, e per questo è sempre più importante “fare e dire” per tenere vivo il ricordo nelle generazioni nate dopo la guerra, in ogni modo possibile. Tra tante armi di distrazione di massa, non è un compito semplice, nonostante i potenti mezzi di comunicazione di cui disponiamo.

 

Noi del Cerchio abbiamo voluto fare la nostra parte, abbiamo voluto levare la nostra piccola voce per ricordare le vittime omosessuali (contraddistinte, nei campi di sterminio, dal triangolo rosa), ma in nome di ogni singola persona massacrata in quei luoghi.

 

Il “Canto sospeso” di Luigi Nono ci ha accompagnato, lungo tutta la celebrazione, in un viaggio per immagini nei campi di sterminio. Questa famosa opera, composta proprio per commemorare quei fatti, si rivela particolarmente adatta al tema, anche se non di facile ascolto.

 

Moltissimi prigionieri, ma in particolare disabili e omosessuali, nei campi furono sottoposti a crudeli esperimenti “scientifici”, per tentare di correggere le loro disabilità o scoprire l’origine della loro omosessualità: operazioni chirurgiche, iniezioni di ormoni o altre sostanze, ma altri furono semplicemente e brutalmente torturati, solo per il piacere perverso di farlo: durante la celebrazione leggiamo insieme una testimonianza di brutalità e tortura gratuita da parte delle SS, che penso abbia colpito un po’ tutte e tutti noi.

 

La Giornata della Memoria serve anche per ricordare che tutto quello che è successo allora può succedere di nuovo da un momento all’altro, come infatti sta accadendo in Cecenia, dove un governo corrotto e violentemente omofobo vuole fare assolutamente piazza pulita delle persone omosessuali, le quali contaminerebbero il popolo ceceno. A sostegno della comunità LGBT cecena, leggiamo una breve testimonianza e ci impegniamo a far sì che questa persecuzione non cada nell’oblio.

 

Per rendere più forte il nostro impegno a ricordare e a fare tutto ciò che possiamo perché questo non accada mai più, recitiamo all’unisono una preghiera-impegno adattata dalla tradizione buddhista Thien vietnamita, rappresentata dal monaco e attivista per la pace Thich Nhat Hahn:

 

Vedo tutti questi antenati e antenate,

vittime dell’odio nazifascista.

Vedo il loro sangue scorrere sul suolo e nelle mie vene.

Porto in me il dolore, la vita e la sofferenza

di queste generazioni passate

e di chi ancora oggi subisce discriminazioni.

Vedo tutti i loro aguzzini e torturatori

e sento in me rabbia e indignazione.

E grande, profondo dolore.

Vedo in me anche i miei Maestri,

che mi mostrano la via dell’amore e della compassione,

la via del respiro e del vivere pienamente nel momento presente.

Vedo il Buddha, il Cristo, Gandhi,

i patriarchi e le matriarche,

i profeti e le profetesse

che mi indicano la via della nonviolenza.

Apro il mio cuore e il mio corpo al dolore di queste vittime

e, insieme, anche all’insegnamento di tutti i Maestri e le Maestre.

Faccio voto di praticare la compassione

per trasformare la sofferenza loro, mia e del mondo.

Faccio voto di fare la mia parte per trasformare la violenza,

l’odio e la discriminazione che ancora impregnano questa società,

così che le future generazioni

possano vivere più sicure, felici e in pace,

e tutto questo non accada mai più.

 

È un impegno forte e importante, che noi speriamo di portare avanti come individui e come Cerchio, nella nostra vita di tutti i giorni, in ogni luogo in cui ci possiamo trovare.

 

Sul tavolino al centro del nostro semicerchio, assieme al pane e a vino da condividere, su un drappo rosso come il sangue c’è un grosso triangolo rosa, lo stesso triangolo rosa che ognun* di noi si appunta sul petto per ricordare sempre quelle vittime.

Nella sala si fa buio, e ognuno accende una candelina, posandola poi sul triangolo rosa al centro della sala: è un rito semplice ma significativo, tipico del Cerchio, con il quale cerchiamo di portare la nostra piccola luce nel mondo.

 

Dopo la condivisione del pane e del vino, cementiamo ulteriormente il nostro impegno a ricordare con un altro piccolo gesto: ci stringiamo tutte e tutti insieme attorno al tavolino su cui stanno il triangolo rosa, il pane e il vino (i simboli della nostra celebrazione e del nostro essere insieme in questo giorno), e così, stretti con le mani sulle spalle, diciamo a turno una o due parole, quelle che ci vengono in mente dopo la celebrazione, quelle che i riti di oggi, e quanto abbiamo visto e appreso,  ci stimolano e ci spingono a condividere. Stare così strett* forse è una posa inusuale per una cerimonia “religiosa”, difatti qualcuno ridacchia, ma in fondo è un segno di quella leggerezza e di quella convivialità che, anche nei momenti più importanti, caratterizzano il Cerchio.

 

La celebrazione, che ha visto la partecipazione di due nuove amiche, termina qui, ma ci auguriamo che non termini qui il nostro impegno di tutti i giorni, la piccola luce che durante ogni incontro accendiamo tutti insieme e posiamo sul tavolino al centro del semicerchio.

 

Giacomo Tessaro

 

 

 

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