Pentecoste: la sfida delle diversità.

Domenica celebreremo la Pentecoste: memoria del dono della “Spirita” fatto a ogni vivente.

 

Ruah: la “Spirita” che è Vita.

Non ho sbagliato a scrivere; è proprio “Spirita”. Perchè?

In ebraico la parola (tradotta poi con “spirito”) è ruah che è sostantivo singolare femminile. E nella Bibbia fa riferimento alla presenza vitale di “dio” (Gen. 1,2; 2,7); detto più semplicemente (e laicamente) indica la Vita. E forse potremmo anche arrivare a sostituire il vetusto termine “Spirito” (religiosamente incrostato e filosoficamente adulterato) con la parola Vita (e da qui in poi userò proprio questo termine al posto di “spirito”).

E così la Pentecoste da fantomatico ricordo (lontano nel tempo e privo di significato per noi) della discesa di un emerito sconosciuto “spirito” su un gruppetto di discepoli impauriti potrebbe diventare la Festa delle Diverse Manifestazioni della Vita; e, così, riguardare anche noi.

 

Al principio… la diversità

Gli Atti degli Apostoli raccontano che “apparvero loro come delle lingue di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro” (2,3).

Paolo nella lettera ai Corinzi dice: “Vi sono diverse capacità, ma una sola è la Vita; a ciascuno è data una manifestazione particolare della Vita per l’utilità comune” (1 Cor 12,4-11).

Potremmo, quindi, dire che il principio radicale (nel senso letterale del termine) della Vita è la divisione e diversificazione.

La naturale bio-diversità… visto che “bio” significa appunto vita.

Se, infatti, osserviamo la natura, troviamo una così grande abbondanza di specie, di forme di vita differenti e varietà da restare supefatti e a bocca aperta. E l’uomo, nonostante i secoli di studio, analisi e classificazione, continua ancora oggi a scoprire cose nuove e diverse da quelle che già conosceva. Una vera esplosione di Vita!

 

Una mistica cosmica

Se poi allarghiamo lo sguardo all’Universo, alle Galassie, alle stelle, alla “materia oscura”, ai “buchi neri” ecc. passiamo di meraviglia in meraviglia in uno sguardo estatico.

E lo stesso se ci spostiamo dal macro al micro e ci addentriamo nelle scoperte della fisica quantistica e dei comportamenti delle microparticelle della materia. Ma che spettacolo!

Questo sguardo mistico (di laica ammirazione estatica) è forse il primo compito a cui ci chiama la Vita: farci uscire da noi stessi (dai nostri problemi, dalle nostre convinzioni e idee, dalle ristrette credenze – laiche o religiose che siano) per trascendere il nostro sguardo e trascenderci, relativizzando la nostra identità. Vista dall’Universo (anni luce fuori dalla Galassia nella quale è sito il Sistema Solare) già la Terra diventa insignificante e invisibile. Figuriamoci io/noi/l’umanità! Siamo ancora troppo antropocentrici e poco cosmici.

 

Parti di un tutto

“E il naufragar m’è dolce in questo mare” scriveva il nostro poeta Leopardi nel celebre Infinito. E in effetti di fronte a tanto spazio (che a noi sembra infinito) la sensazione può davvero essere quella di perdersi. Ma è un perdersi dolce, pieno della fiducia (fede) che l’Universo è molto più vasto di noi e ci precede e ci ha partoriti (come specie umana). E se anche un giorno dovessimo estinguerci, l’Universo continuerebbe il suo corso. Non solo. Magari altrove, in spazi a noi irraggiungibili, ha già partorito altri “mondi”, altre “umanità”, altre forme di vita.

 

Il Cristo cosmico

Sempre Paolo, nel proseguire la sua lettera ai fedeli di Corinto (una grande città cosmopolita con genti provenienti da ogni dove, di varia estrazione sociale e con svariate religioni), utilizza la metafora del corpo e scrive: “come il corpo, anche se è uno, ha molte membra e queste, pur essendo molte, formano un solo corpo, così anche Cristo” (1 Cor. 12,12).

Così anche Cristo? Cosa c’entra qui Cristo? E cosa intende Paolo con il termine “Cristo”?

Diversamente da quanto pensano ancora oggi alcuni cristiani (e non solo) Cristo non è il cognome di Gesù. Non sto scherzando. Alcuni davvero pensano che Cristo e Gesù non siano termini separabili e che solo Gesù è Cristo. E ignorano il Cristo cosmico dei primi cristiani.

Agli inizi della cristianità, infatti, Cristo era un appellativo riferibile anche (ma non solo) a Gesù.

Mi spiego. Un po’ come “Uomo” è termine collettivo (per dire “tutti gli uomini e le donne) e insieme costitutivo (fa cioè riferimento all’essenza che fa di noi degli esseri umani) e come “Buddha” indica sia persone sagge e illuminate che sono maestri e insieme lo stato di illuminazione, così anche il termine “Cristo” era riferito a tutti coloro che, rivestiti della fede evangelica seguendo le orme del Maestro (Gesù), erano anche loro “figli di dio” (come lo era stao anche lui) e insieme l’essenza dell’essere cristiani (i cristiani sono Cristo, sono corpo di Cristo).

Subito dopo Paolo prosegue aggiungendo: “in verità noi tutti siamo stati battezzati in una sola Vita per formare un solo corpo” (1 Cor 12, 13). Questo repentino passaggio dal singolare (Cristo) al plurale (noi) non avrebbe alcun senso se “Cristo” fosse nome singolare proprio solo di Gesù. E’ evidente che è nome collettivo costitutivo.

 

Alla fine… la diversità

E torniamo, così, al valore ontologico della diversità.

Come la Vita produce continuamente forme di Vita differenti e può esistere solo in un processo di differenziazione (basti pensare alla cellula che si divide e diviene morula) così anche il Cristo può esistere solo se si differenzia e queste diversità sono conservate, protette e valorizzate.

Il che significa che il cristianesimo esiste SOLO nella diversità. E’ la sua essenza.

Paolo continua: “Ora la Vita ha disposto le membra in modo distinto nel corpo. Se infatti tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Il corpo può esistere solo perchè vi sono molte membra diverse le une dalle altre” (1 Cor 12, 18). 

Una diversità dove ogni membro non è contro o a discapito dell’altro, ma in funzione – diremmo noi – olistica e sistemica con il tutto (cioè il corpo). Prosegue il testo: “Non può l’occhio dire alla mano: non ho bisogno di te. Nè la testa ai piedi: non ho bisogno di voi (…) Ma la Vita ha composto il corpo in modo tale che non vi fosse divisione, ma le varie membra avessero cura le une delle altre” (1 Cor 12, 21; 24-25).

Siamo nel mese dei Pride: un’occasione per celebrare le diversità;  ma anche – ahimè – di grandi dissidi proprio a causa di come a volte vengono vissute (e mal sopportate) le diversità (e il plurale è d’obbligo).

Come ogni anno, infatti, anche in questi giorni assistiamo a dichiarazioni uni contro gli altri; ai soliti dubbi sulla necessità di manifestare o chiedere certi diritti; alle trite e ritrite contestazioni sul modo in cui alcuni sfilano, in quanto ritenuto da altri indecoroso e per nulla rappresentativo dei “veri” omosessuali; ecc. E’ un po’ come l’occhio che dice alla mano: “Se te ne vuoi andare in giro mezza nuda meglio che te ne stai a casa!” O la testa che dice ai piedi: “Non ce ne facciamo nulla della vostra presenza! Voi non ci rappresentate!”. E così perdiamo unità come corpo e ognuno va per i fatti propri, senza coesione sociale e incidenza culturale.

 

Inclusioni queer: accogliere anche “le vergogne”

La sfida cui ogni anno la Pentecoste profeticamente ci chiama è proprio quella di provare ad accogliere anche chi (e ciò) che ci disturba, ci infastidisce e noi disprezziamo.

Sempre Paolo, proseguendo nello sviluppo della metafora del corpo, sprona i cristiani di Corinto (che certo non brillavano per spirito di inclusione) dicendo: “Anzi! Quelle membra del corpo che ci sembrano le più deboli, solo le più necessarie; e quelle che riteniamo più sconcie le avvolgiamo con maggior rispetto” (1 Cor 12, 22).

Affermazioni davvero forti quelle dell’Apostolo che ci spingono a vedere Vita (la Spirita, “dio”) anche nei culi e petti nudi di machi che sfilano esibendosi ai Pride, nei seni prorompenti e nelle acconciature appariscenti delle truccatissime drag, in quelli che (con nostro supponente schifo e altezzoso ribrezzo) si gettano nel carnaio di relazioni promiscue (magari anche non protette), in coloro che chiedono diritti e matrimonio egualitario e intanto cornificano il partner, in quelli che si drogano per fare sesso, o in chi si prostituisce, ecc.

 

Eredi di una profetica visione

Una volta ricolmo di questa Vita, Pietro – raccontano gli Atti degli apostoli (At. 2,14ss) – si alzò in piedi e, per spiegare agli astanti cosa stesse accadendo, fece riferimento a quell’eredità lasciata dal profeta Giole e che lui vedeva ora realizzarsi: “Effonderò la Vita su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno; i vostri giovani avranno visioni e gli anziani sogneranno. Anche su schiavi e schiave effonderò la mia Vita e profetizzeranno” (Gl 3,1s).

Eh sì. Anche noi schiavi e schiave abbiamo e siamo Vita. Non solo voi nobili belle persone dagli alti valori. Anche noi, che ci dedichiamo a basse incombenze e strisciamo nei bordelli per i piaceri sessuali di altri, siamo vivi e frutto della stessa Vita.

Questa è la sfida! In chiunque c’è Vita divina. E in tutt* la Vita si manifesta in modo diversi che chiedono di essere visti, ammirati e celebrati. E quindi tutelati nella loro bio-diversità.

Come i piedi, il culo e i genitali, seppur li consideriamo bassi, vili o meno nobili, sono essenziali all’esistenza, al buon funzionamento e benessere olistico del corpo, così anche coloro che i “santi e puri” aborriscono sono manifestazione della stessa e unica Vita che chiede di essere riconosciuta e ammirata in tutte le sue fogge per il bene sistemico della società.

Anche le più stravaganti, eccentriche e – da alcuni ritenute – volgari.

E’ la sfida della Pentecoste.

Una pesante rivoluzionaria eredità che ogni anno chiede di essere accolta in dono e vissuta.

 

Buona Pentecoste a tutt*

rev. Mario Bonfanti

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