Qoelet: la fede e i piaceri materiali.

Il libro del Qoelet è un breve testo dell’Antico Testamento. Nel canone ebraico esso appartiene alla sezione degli Scritti che va sotto il nome di Rotoli, così  definiti poiché,  in età antica, la loro brevità consentiva appunto di leggerli direttamente dai rotoli. Esso viene letto soprattutto in occasione della festività di Sukkhot, in cui si commemora la lunga traversata nel deserto che, sotto la guida di Mosè e Giosuè, il popolo ebraico ha compiuto alla volta della terra promessa. La ricorrenza è anche definita festa delle capanne, per commemorare il frequente uso di capanne che gli ebrei avevano fatto nel corso della traversata, al fine di poter riposare in un ambiente coperto e protetto dalle intemperie.

 

 

La stesura.

 

Il libro è stato scritto nel IV-III secolo a.C. da un autore ignoto, che si presenta addirittura come il re Salomone. In verità i biblisti non hanno quasi mai preso sul serio tale identificazione, che tra l’altro farebbe retrodatare di molti secoli la stesura del testo. Essa rientra nella tendenza, molto diffusa nella letteratura religiosa ebraica di quel periodo, di attribuire a personaggi famosi dei testi che essi non hanno scritto affatto, come puro espediente letterario.

Più volte l’autore (che scrive in un ebraico che risente fortemente dell’influenza aramaica) si riferisce a se stesso usando l’espressione Qoelet, con cui da sempre il libro è indicato nella tradizione ebraica, e che in tempi recenti è stato adottato anche negli studi biblici cristiani.

Il termine significa ‘colui che porta avanti il discorso’. Addirittura ‘colei’, volendone fare una traduzione alla lettera. Dunque una sorta di attributo, più che di nome proprio.

In passato, in ambito cristiano, si usava soprattutto il titolo Ecclesiaste, derivante dal termine usato nella prima versione greca della Bibbia, la cosidetta ‘Settanta’. Si tratta di un tentativo imperfetto di traduzione letterale della parola ebraica. Il significato di Ekklesiastes sarebbe infatti ‘colui che parla in assemblea’, dunque leggermente diverso dal qoelet ebraico.

 

 

 Godimento dei piaceri del corpo.

 

La grande originalità del testo, che lo rende molto diverso dal tono generale della maggior parte dei libri veterotestamentari, è rappresentata dalla centralità dei concetti di insensatezza e caducità delle vicende umane. La vita ha una durata piuttosto breve. Nel corso di essa l’essere umano trascorre buona parte del proprio tempo sottostando a ritmi di lavoro molto pesanti, che rendono la sua condizione non molto diversa da quella servile. A rendere ancor più assurdo e inaccettabile il quadro è poi il fatto che, dopo la breve parentesi terrena, l’esistenza si chiuda con l’ineluttabile morte, che cancella tutto e rende la condizione umana ancor più vuota e insensata, “vanità di vanità”, come recita una delle espressioni più celebri del Qoelet: “Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Quale guadagno viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole? Doppiamente assurdo è tutto ciò anche poiché la morte livella la condizione umana, mettendo l’empio sullo stesso piano del virtuoso.”

Alla luce di tale constatazione, l’autore si chiede quale sia la miglior reazione che gli umani possono avere, di fronte a tanta angosciante vanità della propria condizione.

Proprio in ciò consiste la grande originalità del libro, che in molteplici passaggi ravvisa proprio nel sano godimento delle piccole gioie materiali della quotidianità una delle forme più efficaci di reazione alla propria dolorosa condizione esistenziale.

Il brano più intenso e celebre è probabilmente il capitolo 9, in cui si legge:

Va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo. Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.

Si tratta ovviamente di una ricerca sana e moderata, ben lontana da qualunque forma di sfrenato edonismo, e in cui la profonda fede religiosa non perde la propria centralità. Al contrario, proprio la ricerca dei piccoli piaceri materiali è una forma di spiritualità, essendo tali piaceri un dono divino a cui l’uomo ‘gaudente’ si accosta:

Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche; mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare o godere senza di lui? (2, 24)

Ad ogni uomo, al quale Dio concede ricchezze e beni, egli dà facoltà di mangiarne, prendere la sua parte e godere della sua fatica: anche questo è dono di Dio. (5, 18).

 

 

Etica del piacere ed etica del sacrificio.

 

Non v’è dubbio comunque che l’impostazione generale sia molto diversa da quella di ampia parte del primo testamento biblico. Con poche eccezioni (Cantico dei Cantici e alcuni passi dei Salmi, in particolar modo) nella Torah è infatti prevalente un’etica profondamente rigoristica, in cui il Signore, in cambio della propria benevolenza, impone ai credenti rigorosi obblighi e grandi sacrifici, che in larga parte vanno nella direzione della repressione degli istinti più essenziali della natura umana. Il messaggio che emerge è dunque che una profonda religiosità debba necessariamente essere accompagnata dal rifiuto dei piaceri del corpo (cibi saporiti, casa confortevole, vestiti di buona qualità, sessualità intesa anche come fonte di piacere).

Il Qoelet sembrerebbe invece andare in controtendenza, mettendo al centro proprio tale dimensione corporale. Così facendo, esso precorre quel profondo rinnovamento della spiritualità ebraica che, di lì a poco, si compirà con Gesù, che infatti fu più volte accusato dai suoi detrattori di cedere ai piaceri della tavola. In fondo, sotto il profilo del rapporto tra fede e piaceri in Gesù, cosa c’è di più rivoluzionario del lasciare ai discepoli, come testamento spirituale, l’invito a commemorarlo mangiando e bevendo una bevanda alcolica?

 

 

Conclusione.

 

Proprio il suo carattere innovativo, nel corso dei secoli, ha reso il Qoelet caro anche a intellettuali tardo-medievali e moderni che, credenti o meno che fossero, rigettavano vedute rigoristiche in materia di etica religiosa. Tra loro Boccaccio, i musicisti romantici Brahms e Schumann e il filosofo illuminista Voltaire. Quest’ultimo nel Dizionario filosofico parla di un carattere epicureo dell’Ecclesiaste. Non v’è dubbio che la grande attenzione prestata alla sana e moderata ricerca del piacere, come strada privilegiata verso la realizzazione interiore, ricordi alcuni principi dell’antico epicureismo.  Ciò che rende audace tale accostamento è però la grande religiosità che, come già osservato, pervade tale pagina del testo biblico, poco compatibile con l’epicureismo che, pur rigettando l’ateismo, procedeva tuttavia a una notevole marginalizzazione della divinità (gli dei) nella vita umana.

 

Marta S., MCC-Il Cerchio

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