Religioni e violenza. Quali vie di uscita?

A seguito dell’ennesimo attentato in Europa, in questi giorni, tra i vari post e commenti, ho trovato anche questo vecchio pezzo (2015) di Alessandro Grau provocatoriamente intitolato “Il terrorismo non ha a che fare con la religione. Falso!”.

Il pezzo si apre con questa affermazione: Le religioni, specialmente quelle monoteiste, sono per loro natura intolleranti e inflessibili. La religione praticata oggi in Occidente è una religione addomesticata e civilizzata (…) che rischia di non farci più riconoscere l’enorme potenziale distruttivo insito nelle religioni.

Vorrei brevemente ragionare su questo nesso (religione – monoteismi – violenza) non per dare risposte (sarei solo un illuso saccente) ma per aprire domande e stimolare la ricerca in chi legge.

 

 

I tre monoteismi e la violenza.

Parto proprio dai monoteismi.

Se sfogliamo i testi sacri di ebraismo, cristianesimo e islam non ci è difficile imbatterci in episodi cruenti e in inviti alla violenza (molte volte gratuita e disumana) in nome dell’unico dio.

Bibbia e Corano non sono certo libri traboccanti solo messaggi di pace, amore e rispetto di ogni vivente. Anzi!

Un salmo presente nella Bibbia recita: “Beato chi afferrerà i tuoi figli piccoli per i piedi e ne sfracellerà il cranio contro un masso” (Salmo 137,9).

E nel Corano troviamo: “La ricompensa di color che vanno contro Allah e al suo Profeta è che vengano crocifissi, che vengano loro tagliate una mano e una gamba dei lati opposti del corpo” (Sura V, 33).

Neppure il Vangelo – checchè ne pensi qualche cristiano – è esente dalla violenza. Sulla bocca del “pacifico” Gesù l’evangelista Matteo mette queste parole: “Razza di vipere, credete di poter scampare alla condanna della Geenna? Ricadrà su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra” ( Matteo 23, 33ss).

E di simili versetti sono pieni zeppi i testi sacri di tutti e tre i monoteismi.

 

 

E i politeismi?

Nel 2014 il filosofo Umberto Eco scriveva sull’EspressoNessun politeismo ha mai fomentato una guerra di grandi dimensioni per imporre i propri dèi. Non è che i popoli politeisti non abbiano fatto guerre, ma erano conflitti tribali in cui la religione non c’entrava. 

Qualcuno potrebbe obiettare questa affermazione, citando a mo’ di esempio i sanguinari culti religiosi degli Aztechi.

Intanto occorre ricordare che quello dei sacrifici umani tra le popolazioni precolombiane è argomento molto controverso: si mischia spesso con il presupposto che i popoli nativi americani fossero buoni selvaggi o barbari primitivi (con studiosi che, quindi, tendono a romanticizzare la descrizione dei sacrifici umani e altri che, all’opposto, li enfatizzano).

In secondo luogo (e qui forse sta una differenza degna di nota) essi appaiono slegati da un aspetto che è invece tipico dei monoteismi: il proselitismo.

Scriveva sempre Eco: Nessuno ha mai tentato di conquistare il mondo nel nome del Grande Spirito o di una delle entità che si sono poi trasferite nel Candomblè brasiliano (…) Si potrebbe dire che solo un credo monoteistico consente la formazione di grandi entità territoriali che poi tendono a espandersi.

 

 

Un’eccezione… forse.

Tranne l’ebraismo. Forse.

Sempre Umberto Eco aggiunge: un caso curioso è stato quello del monoteismo ebraico, che per sua natura non ha mai praticato alcun proselitismo.

La sottolineatura appare interessante perchè pone in luce come non è tanto il fatto di credere in un solo dio a rendere una religione violenta, quanto il desiderio che tutti vi aderiscano; quello che viene chiamato “proselitismo” o conversione dei pagani/infedeli.

E’ questo atteggiamento a fomentare la violenza. Esso infatti parte dal (pre)giudizio sugli altri (definiti peccatori/erranti/infedeli) e si fonda sulla convinzione narcisistica della propria chiamata (vocazione divina) a condurre le genti sulla retta via, guidandoli all’unica verità: la propria! Un atteggiamento piuttosto supponente che può portare ad azioni anche violente: come non ricordare le conversioni forzate in massa al cristianesimo o l’odierna opera di islamizzazione a suon di sgozzamenti da parte di certe frange estremiste?

Tutto questo l’ebraismo effettivamente non lo ha mai fatto.

Ma è proprio vero che questo monoteismo sia completamente lungi dalla violenza compiuta in nome della religione? E che quindi la violenza religiosa sia dovuta solo al desiderio di fare nuovi proseliti ed espandersi?

In realtà ai tempi di Gesù tra i vari gruppi religiosi appartenenti all’ebraismo c’erano anche gli zeloti: un movimento politico-religioso di accaniti difensori dell’indipendenza politica del regno di Giudea che si ribellavano con le armi alla presenza romana in Israele. Un gruppo violento per fini politici, ma la cui missione era basata sull’ideologia della Terra Promessa. E a volte anche in certe frange neosioniste non è facile distinguere politica e religione.

 

Ma allora i monoteismi sono tutti violenti e quindi da superare?

 

 

Monoteismi senza violenza: un’utopia?

Il Pastore valdese Alessandro Esposito, in una articolo dal titolo “Monoteismi e violenza: un binomio indissolubile?” termina scrivendo: Il monoteismo diviene violento quando lo si confina entro l’angusto perimetro dei dogmi e delle ortodossie, laddove il dialogo non può essere avviato, perché la verità cessa di essere orizzonte e diviene prigione.

E in effetti non sono i sigoli monoteismi (ebraismo, cristianesimo e islam) ad essere violenti tout court, ma piuttosto le loro radicalizzazioni. Le quali, invece di diffondere il nocciolo del messaggio della propria religione, si aggrappanno ed assolutizzano alcune norme assurgendole a volontà di dio o del suo Messaggero (Mosè , Gesù o Maometto che sia).

Perdendo di vista l’essenza (o il succo) del messaggio contenuto nella religione, gli estremisti enfatizzano alcune particolare norme storiche, spesso per motivi tutt’altro che religiosi.

L’alleanza tra Cristianesimo e Impero (con l’Editto di Milano del 313 d.C.) per esempio fu una sciagura terribile e snaturò nei secoli il messaggio evangelico, spostando il focus su affermazioni dogmatiche spesso quasi solo per fini politici (molti Concilii vennero convocati e imposti dagli Imperatori, anche contro il volere di vescovi e papi).

E oggi il sedicente stato islamico assolutizza abitudini storiche (come per esempio il burqa) afferendole – erroneamente – alla volontà del Profeta.

E così lo spirito missionario, che porta a diffondere la religione nel mondo e fare proseliti, unito al dogmatismo trasforma le persone religiose in terribili criminali.

 

 

Dialogo critico e relatività.

E’ possibile salvare i monoteismi da questa deriva mortale? O dobbiamo abbandonarli definitivamente una volta per tutte?

Sempre il pastore Allessandro Esposito prosegue: se i monoteismi dichiareranno la loro disponibilità a maturare e a trasformarsi attraverso il confronto con il pensiero laico e le scienze religiose, rinunciando ad assurde e risibili pretese assolutistiche, allora la speranza che essi non cadano nella spirale della violenza diverrà più concreta.

 

Quindi forse i tre monoteismi si possono ancora salvare. Ma a strette condizioni.

 

Innanzitutto un primo passo indispensabile che devono fare è andare verso la relatività. Non uso apposta il termine “relativismo” perchè ha assunto una connotazone negativa cui qui non vogliamo affatto alludere; inoltre il termine “relatività” rievoca appositamente la teoria di einsteiniana memoria. In questo modo voglio evidenziare da una parte l’importanza che ciascun monotesimo riconosca che la verità non è di sua esclusiva proprietà e che tutte le tradizioni religiose (anche politeiste e persino gli spiriti laici) possono dire qualcosa di vero per tutta l’umanità; dall’altra intendo portare alla luce l’urgenza di un riavvicinamento tra scienza e monotesimi che abbia alla base l’umiltà di questi nel mettersi alla scuola delle scoperte scientifiche per imparare e, poi, reinterpretare la propria fede alla luce delle novità delle scienze.

Non so se i tre monoteismi oggi siano davvero disposti a questo.

 

Una seconda condizione e passo fondamentale affinchè i monoteismi possano salvarsi è il dialogo interreligioso. Un dialogo che sia aperto, integrale e critico. Faccio qui riferimento soprattutto (ma non solo) all’invito del teologo e filosofo Raimond Pannikar a un incontro indispensabile tra le diverse tradizioni religiose per il futuro non solo dell’umanità ma anche della terra. Scriveva a inizio del nuovo millennio: se non avviene un vero incotnro relgioso tra noi e la terra, finiremo per annichilire la vita sulla stessa terra (…) Senza tale dialogo il mondo subirà un vero collasso. Qui è decisiva la prassi e ciascuno di noi deve dare il suo contributo concreto.

Parole forti, dure, e veritiere. Parole che spronano ciascuna religione a disporsi all’apertura all’altro (credente o non credente che sia) e insieme all’esposizione di sè. Una esposizione che, innanzitutto, richiede studio approfondito dei prorpi testi sacri, con approccio critico e analitico per coglierne l’essenza al di sotto della scrittura storica, per, poi, disporsi agli interrogativi provenienti da un mondo altro che mette alla prova e destabilizza, che disorienta e mette in dubbio, che critica e distrugge ma per condurci alla fonte del credere… che non è affatto il credo (inteso come l’insieme di verità in cui si crede) ma la rivelazione (ossia un evento mistico di illuminazione).

 

 

Dalle religioni alla comune esperienza mistica

Il luogo, infatti, dove possiamo incontrarci tutti non è certo quello degli assunti dei monoteismi o di qualsiasi altro credo religioso; ma quello della comune (anche laica, agnostica o atea) esperienza mistica.

I ricercatori Andrew Newberg e Eugene d’Aquili, nel loro libro “Dio nel cervello”, scrivono: Dalle prove a nostra disposizione è lecito arguire che la religione affondi le radici nell’esperienza mistica (…) Ogni religione ha la sue definizione di verità e prevede un diverso percorso di unione con il divino; la sua fisionomia finale dipende da molte variabili umane come la storia, la geografia, le origini etniche o addirittura la politica. In tutti i casi, però, le sua autorevolezza e l’erssenza profonda del suo dio sono radicate in esperienze trascendenti di unione mistica.

E in tutto il libro i due ricercatori dimostrano, attraverso studi ed esperimenti scientifici, come alla base di ogni religione vi sia sempre una esperienza mistica che è universale a livello antropologico ed esperibile anche da chi non pratica nessuna religione. E’ qui – e solo qui – che possiamo incontrarci come esseri umani. Ed è da qui – e solo da qui – che possiamo partire per contribuire ad un mondo più giusto e in pace. Seguendo pure, poi, il nostro personale sentiero (monoteistico, politeistico, agnostico, umanistico, o altro…  che sia). Ma partendo dalla comune radice umana profondamente mistica (dove per “mistica” non si intende nulla di immeditamente religioso, ma si fa riferimento a un’esperienza sensoriale neurologica comune a ogni essere umano).

Come ammoniva lo stesso Dalai Lama nel libro “Le religioni sono tutte sorelle”: Rispettate i comandamenti della vostra fede; cogliete l’essenza degli insegnamenti della vostra religione fino ad arrivare alla bontà fondamentale del cuore umano. E’ questa la dimensione in cui, malgrado le differenze dottrinali, siamo semplicemente esseri umani.

 

 

Restare umani e ridere di sè.

In fondo forse questo è il vero e più profondo insegnamento e insieme mèta di ogni pratica religiosa o filosofico-etica: diventare umani.

Perchè in realtà, nonostante le nostre illusioni, non nasciamo affatto uomini, ma lo diventiamo, attraverso un processo psico-sociale di crescita complesso come ha evidenziato il ricercatore Piero Giorgi nel sul libro “La violenza inevitabile: una menzogna moderna”.

Scopo ultimo, quindi, di ogni religione dovrebbe essere quella di renderci sempre più umani. Unitamente alla consapevolezza che la religione o strada che si pratica è solo una delle tante possibili… e insieme non necessaria. Si può diventare umani anche in altri modi.

E allora perchè non terminare con una crassa risata che ci liberi dalla supponenza e arroganza di sentirci detentori della verità e difensori di un dio che – se esiste – se la cava bene da solo senza il nostro aiuto?

 

Ahahahahahahah

rev. Mario Bonfanti

 

 

 

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