Riace: al di sopra oppure oltre la legge?

In questi giorni, dopo l’arresto del sindaco di Riace, Domenico Lucano, divenuto simbolo di una integrazione possibile, si è scatenata l’orda mediatica dei pro/contro di lui.

Non voglio assolutamente entrare nel merito giuridico delle vicende, ma propongo alcune riflessioni a partire dalla dichiarazione del procuratore Luigi D’Alessio che ha affermato: non possiamo consentire, come Stato Italiano, come Istituzione della Repubblica, che qualcuno persegua un’idea passando bellamente sopra i principi e sopra le norme, altrimenti consentiremmo a chiunque di predicare quelli che sono i propri convincimenti infischiandosene delle leggi.

Parole che comprendo un procuratore della Repubblica non possa non dire; ma che insieme riaprono un argomento millenario: la (dis)obbedianza alle leggi.

 

 

Antigone o Creonte? Un antico dilemma.

 

Già gli antichi greci si sono interrogati attorno all’opportunità di obbedire sempre alle leggi.

Siamo nel V sec. a.C. e il tragediografo Sofocle inscena il dramma di Antigone.

Antigone appare nel mito greco come figlia di Edipo e Giocasta. Dopo la morte di Edipo, i suoi fretelli, Eteocle e Polinice, si accordano per dividersi a turno il trono di Tebe; ma Eteocle non rispetta i patti e, mentre è al potere, bandisce il fratello Polinice da Tebe. Questi, esiliato, chiede aiuto al suocero Adrasto, re di Argo, e muove guerra contro il fratello. Nello scontro muoiono entrambi. Il nuovo re di Tebe, Creonte, ritenendo Polinice un traditore, ordina che il suo cadavere rimanga insepolto. Ma Antigone, appellandosi alle leggi divine che impongono la pietà per i morti, disobbedisce al decreto del nuovo re. E, per questo, viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta.

 

 

Tobia: un parallelo biblico.

 

Anche nella Bibbia troviamo una storia simile: quella di Tobia.

Libro deuterocanonico non accolto nel canone ebraico e risalente al III sec a.C., il testo è ambientato al tempo dell’invasione (e successiva deportazione) degli Assiri (VIII-VII sec a.C.) in Palestina.

Al capitolo 2 del Libro si legge: Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: «Padre!». Gli risposi: «Ebbene, figlio mio». «Padre – riprese – uno della nostra gente è stato strangolato e gettato nella piazza, dove ancora si trova». Io allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai e, lavatomi, presi il pasto con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: «Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento». E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: «Non ha più paura! Proprio per questo motivo è già stato ricercato per essere ucciso. È dovuto fuggire ed ora eccolo di nuovo a seppellire i morti».

Come Antigone, così anche Tobia viola le norme del sovrano, pur di dare degna sepoltura ai morti.

 

 

Prometeo ed Eva: una ribellione radicale… e vitale.

 

Ma andiamo più indietro.

Oltre ai due personaggi leggendari sopra menzionati, vi sono anche due miti che accomunano Bibbia e mitologia greca: Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per darlo agli uomini, dando così il via al progresso, alle arti, alle scienze e all’emancipazione dell’umanità; Eva e Adamo che mangiano il frutto proibito e portano all’umanità la conoscenza del bene e del male, base essenziale di ogni cultura e vita dell’umanità (non a caso Eva significa “vita” e Adamo “umanità”).

In entrambi i casi questo coraggioso (fatale per loro ma vitale per noi) atto di disobbedienza, porterà grandissimi vantaggi all’intera umanità. Ed essendo entrambi i testi, non dei racconti storici e neppure delle leggende, ma dei miti, vogliono dirci che si diventa umani solo quando si disobbedisce ad una legge estrinseca che viene dall’alto. Che – in fondo – è l’esperienza che tutti (in quanto esseri umani) facciamo del passaggio dalla “paradisiaca” (e asfissiante) fusione col genitore verso l’individuazione a partire dal primo “no” detto verso i 2 anni e ripetuto a più riprese nelle fasi della nostra crescita e diviene emblematico nell’adolescenza quando ci si ribella agli ordini dei genitori e si diviene norma a se stessi.

 

 

Kant e la legge morale.

 

Mi viene in mente, a questo punto, la famosa frase del filosofo Immanuel Kant: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale dentro di me.»

Nella Critica alla ragion pratica, il filosofo tedesco pone al vaglio della ragione l’agire concreto dell’uomo con l’obiettivo di determinare le condizioni di possibilità per cui il principio regolatore di un’azione sia buono, indipendentemente dall’esperienza individuale.

Da qui viene il suo famoso imperativo categorico: «Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale.»

Per Kant l’imperativo morale non è formulabile mediante regole particolari (miranti a far compiere questa o quell’azione specifica connessa a contingenti condizioni storiche) e non può provenire da nessuna autorità esterna all’uomo (perchè, se così fosse, il comando morale varrebbe solo per chi riconosce quella autorità che legifera e verrebbe a mancare il carattere di universalità della legge).

La legge morale deve provenire da dentro di sè ed essere universale.

 

 

S. Tommaso e la lex naturalis.

 

Già Tommaso d’Aquino, recuperando il pensiero greco di Aristotele, parlava di una “legge naturale“, ovvero la presenza in ciascuno di noi di princìpi primi della moralità che sono transculturali e anteriori a ogni norma del legislatore. Questa lex naturalis partecipa, poi, a sua volta a un livello più alto: quello della lex aeterna, ossia all’eterno piano divino che governa tutta la creazione. Oggi noi parleremmo di legge cosmica o di principio dell’interdipendenza/interconnessione di tutte le cose nel cosmo.

E’ alla legge naturale che le leggi umane devono conformarsi. Non viceversa. Queste ultime sono contingenti e limitate; dipendono dalle conoscenze che abbiamo e dal momento storico e politico in cui viviamo; e, quindi, sono passibili di modifica. La prima, invece, la lex naturalis, è innata e connaturata alla sostanza: cioè – diremmo noi – alla nostra umanità.

Il diritto positivo umano deve essere in accordo con i princìpi della legge naturale, tradurli in pratica.

E cosa fare nel caso che le leggi umane non siano in accordo con la nostra umanità?

Discutendo il modo in cui il cristiano deve porsi di fronte a un’autorità civile che si riveli illegittima nell’acquisizione della carica o ingiusta nell’esercizio del potere, S. Tommaso conclude che il vincolo dell’obbedienza può cadere. Anzi: se nell’esercizio del potere vengono ordinate azioni contrarie alla virtù, dunque contrarie alla funzione stessa di quella carica che dovrebbe tradurre la lex naturalis in leggi e norme, allora non solo non si è tenuti a obbedire, ma è un obbligo morale non obbedire. 

 

 

La disobbedienza civile e il movimento nonviolento.

 

Si apre qui il filone di quella che venne chiamata “disobbedienza civile”.

Il primo a teorizzarla come mezzo di contrasto a qualsiasi forma di tirannia fu il filosofo e giurista francese Étienne de La Boétie. Nel Discorso sulla servitù volontaria del 1549 l’autore, sostiene che qualunque tiranno detiene il potere fintanto che i suoi sudditi glielo concedono. E, quindi, propone la non collaborazionecome strumento per togliere potere al tiranno.

Ma fu il saggio Disobbedienza civile dell’americano Henry David Thoreau a sdoganare, nel 1849, il termine e ad ispirare tutto il movimento nonviolento: prima Gandhi, poi (per l’Italia) Danilo Dolci e Aldo Capitini, e anche don Lorenzo Milani nel suo testo del 1965 L’obbedienza non è più una virtù. 

 

 

Legge e giustizia: chiudere la forbice.

 

Uno dei massimi analisti della disobbedienza civile contemporanea è stato lo storico americano Howard Zinn.

Nella sua celebre raccolta di saggi Disobbedienza e democrazia, egli ci ricorda come “È giusto disobbedire a leggi ingiuste, ed è giusto disobbedire alle sentenze che puniscono la violazione di quelle leggi”. E il primo dei sette principi che egli illustra recita: La disobbedienza civile è la violazione deliberata, non indiscriminata della legge in nome di uno scopo sociale vitale. Diventa non solo giustificabile ma anche necessaria quando sia in gioco un diritto umano fondamentale, e quando i canali legali siano inadeguati per la sua garanzia. Può avere forma di violazione di una legge ingiusta, di protesta contro una condizione ingiusta o di realizzazione simbolica di una legge o di una condizione desiderabile. Che sia infine ritenuta legale, in nome del diritto costituzionale o internazionale, o no, il suo scopo è chiudere il divario tra legge e giustizia, in un processo infinito di sviluppo della democrazia.

 

Concludendo

 

Se la legge dovrebbe garantire la giustizia ed esiste in funzione di un mondo sempre più giusto, non sempre essa la incarna. Il divario tra legge e giustizia sembra insanabile. La giustizia, in fondo, è più della legge e oltre la legge: la trascende e ispira allo stesso tempo. Per questo nessuna legge ha valore assoluto, nè può richiedere una obbedienza assoluta. E’ la giustizia (non la legge) il faro che ci guida verso una piena umanizzazione. Ma, insieme, la giustizia non esiste senza leggi contingenti e migliorabili. La giustiazia va tradotta in leggi che devono sempre essere rimessse sotto il vaglio della giustizia per essere migliorate.

Da qui l’importanza che, qualora il divario fosse troppo ampio, la forbice venga chiusa il più possibile, anche grazie alla disobbedienza; la quale non sarà fine a se stessa (disobbedire per disobbedire) ma sprone a rivedere la legge e adeguarla il più possibile alla giustizia.

Ora, in questi tempi, ci troviamo davanti a un enorme e non più tollerabile divario sul tema dell’immigrazione tra le leggi (dalla “Bossi-Fini” fino al “Decrato Salvini” firmato oggi dal Presidente della Repubblica) e la giustizia. E il caso degli arresti domiciliari del sindaco di Riace, Mimmo Lucano, è il sintomo eclatante che non possiamo più sottometterci e leggi ingiuste che minano la nostra umanità. Dobbiamo disobbedire per restare umani e presenvare la giustizia.

 

 

Un appello.

 

E concludo con un appello.

Sempre nel saggio Disobbedienza e democrazia Howard Zinn al quarto principio scrive: Se un atto specifico di disobbedienza civile è un atto di protesta moralmente giustificabile, segue che l’incarcerazione di coloro che l’hanno messo compiuto è ingiusta e dovrebbe essere contrastata e contestata in ogni modo.

Domenica Lucano è stato arrestato per aver scelto la giustizia oltre la legge, per aver fatto di tutto per restare umano anche di fronte a norme restrittive nelle quali ha provato a districarsi pur di salvare vite umane, integrandole nel territorio con un modello che diverse nazioni ci invidiano e parecchi studiosi stanno analizzando in quanto esemplare.

Dobbiamo, quindi, contestare decisamente i suoi arresti domiciliari.

A Milano sabato prossimo 06 ottobre si terrà una manifestazione in Piazza San Babila: https://www.facebook.com/events/160484514886646/

Scendiamo anche noi in piazza e facciamo sentire le nostre voci.

Vi aspetto!

 

rev. Mario Bonfanti

 

 

 

 

 

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.