So-stare negli inferi

“Nella chiesa orientale Gesù viene rappresentato nel limbo. Discese agli inferi recita il Credo. La discesa agli inferi spesso viene simboleggiata e celebrata nei miti femminili – come quello di Inanna o nel mito di Iside e Osiride. Sono celebrazioni femminili del “muori e trasformati”. In questi riti la morte non veniva considerata la fine della vita, bensì una forza trasformatrice. È tramandata una frase apocrifa di Gesù che dice: “Il Cristo che trionfa sulle tenebre è l’Anticristo; il Cristo che attraversa le tenebre è il vero Cristo”. Dobbiamo attraversare la caverna per giungere alla resurrezione. Caverna e solitudine non sono luoghi esterni a noi. Sono presenti nel fondo della nostra psiche. Spesso corrispondono a tutto ciò che abbiamo represso, a ciò che non ha avuto spazio o modo di sbocciare, che non siamo riusciti ad integrare, a ciò che chiamiamo l’ombra. Si tratta dei nostri traumi infantili e di ferite tratte dal copione della nostra vita; gli antichi li chiamavano demoni, oggi parliamo di depressione. Dobbiamo attraversare gli inferi della nostra anima, dove c’è molto da riordinare e da sistemare. Chi tiene duro, confidando di riuscire a raggiungere una breccia, ne uscirà trasformato. Infatti tutto il materiale che costituisce l’ombra può trasformarsi in una nuova fonte di energia e condurre alla resurrezione, all’integrità. Si tratta di abbandonare l’ego per ritrovare la nostra natura profonda. Questo abbandono ha a che fare con l’umiltà. Il termina latino humilitas deriva dal humus, cioè terra, sporco, fango. Del resto anche umorismo ha la stessa radice. Non dovremmo prendere noi stessi così sul serio; e neanche i nostri demoni”.

(tratto da: Willigis Jaeger, L’essenza della vita)

“In tibetano esiste una parola interessante: ye tang che. Ye significa totalmente, la parte restante significa esaurito. Potremmo anche tradurre: completamente esasperato. Descrive un’esperienza di completa mancanza di speranza, di rinuncia ad ogni speranza. Si tratta di un punto molto importante. Tutta l’ansietà, tutta l’insoddisfazione, tutte le ragioni per sperare che la nostra esperienza potrebbe essere diversa sono radicate nella paura della morte. Siamo plasmati da una cultura che teme la morte e la nasconde ai nostri occhi. Eppure noi la viviamo continuamente. La viviamo sotto forma di delusione, di situazioni senza soluzione: il nostro matrimonio non funziona; il nostro lavoro non va per il verso giusto; oppure proprio adesso ci sentiamo di merda… e potremmo non fare troppo gli schizzinosi, ma dare una bella occhiata. Questa è la cosa coraggiosa da fare. Potremmo annusare questo pezzo di merda. Potremmo toccarlo; che consistenza ha? E il colore? E la forma? Possiamo esaminare la natura di questo sentirci di merda. Possiamo lasciar perdere la speranza che vi sia un “io” migliore, un mondo migliore, una società migliore che verrà fuori, un giorno. È qui che entra in ballo la rinuncia: rinunciare a sperare che l’esperienza potrebbe essere diversa da quella che è adesso, rinuncia a sperare che noi (o la società, l’umanità, il mondo) potremo essere migliori. Rinunciare alla speranza è un incoraggiamento a restare con noi stessi, a fare amicizia con noi stessi, a non scappare via da questo pezzo di merda, dalla morte, e a ritornare all’essenziale, all’esperienza nuda e cruda ridotta all’osso”.

(tratto da Pema Chöndrön, Se il mondo ti crolla addosso)

Restare con l’esperienza nuda e cruda, quando essa, invece di essere rosea, è merda, fango, tenebre, è molto difficile. Tutt* abbiamo la tentazione di fuggire.

Nel momento drammatico dell’approssimarsi della fine, mentre Gesù sta malissimo, i discepoli, proprio quelli a lui più intimi, si addormentano (e il sonno è uno dei classici stratagemmi che la mente mette in atto per fuggire dalle situazioni scomode). All’arresto, poi, tutti scappano, anche il giovane nudo con cui stava amoreggiando nell’uliveto.

Nel Vangelo di Marco si racconta che, anche dopo la sua morte, alcune donne, entrate nel sepolcro dove era stato deposto, se escono terrorizzate e scappano via in preda alla paura. Chissà quali terribili fantasmi hanno incontrato in quell’oscura caverna interiore. Chissà quali demoni che le hanno addirittura ammutolite: “non raccontarono più niente a nessuno” – scrive l’evangelista Marco. E così finisce il suo Vangelo!

Nella narrazione di Luca si incontrano due discepoli senza nome che, mentre sono in cammino vero Emmaus, raccontano le loro speranze disattese: “Speravamo fosse lui a liberare Israele!”. Gesù ha deluso le speranze dei suoi e si sentono traditi.

Quante volte la vita delude anche le nostre speranze! È l’esperienza più comune che possiamo condividere come esseri umani. È un luogo impervio, aspro, difficile dove stare.

Ecco perché Pema Chöndrön ci invita a rinunciare a ogni speranza. Non perché sia sbagliato sperare, ma in quanto la speranza, sebbene si dica sia l’ultima a morire, è la prima che ci fa morire: come canta Turandot – la speranza che delude sempre! Ecco le parole dell’indovinello che la figlia dell’imperatore rivolge a Calaf, il giovane principe tartaro spodestato che la vuole in isposa: Nella cupa notte vola un fantasma iridescente. Sale e dispiega l’ale sulla nera infinita umanità! Tutto il mondo l’invoca e tutto il mondo l’implora! Ma il fantasma sparisce coll’aurora per rinascere nel cuore! Ed ogni notte nasce ed ogni giorno muore!  

Probabilmente anche Gesù si era fatto speranze, che, poi, la vita ha puntualmente deluso. Chissà cosa si aspettava dai suoi discepoli? E in particolare da quelli su cui aveva riposto le maggiori aspettative: Pietro, Giacomo e Giovanni. Chissà cosa si aspettava dalla gente? Ci sono alcuni episodi narrati nel Vangeli dove si percepisce l’amara delusione in Gesù: “Beh volete andarvene anche voi?” chiede un giorno con amarezza ai dodici. E Pietro, sborone di turno, risponde: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole vitali” (Gv. 6,67s). Spero solo che Gesù non abbia creduto a queste parole tronfie di ego! Se no che amara delusione, quando, proprio lui, Pietro, lo rinnegherà pubblicamente.

Anche Dio – si legge nella Bibbia – restò profondamente deluso dall’umanità in diverse occasioni. I primi – manco a dirlo – furono Adamo ed Eva: aveva dato loro letteralmente ogni “ben di dio” mettendoli solo in guardia dall’albero posto al centro del giardino. E loro cosa fanno? Appena lui si volta, zac: mangiano proprio di quell’albero. Che delusione! E poi ai tempi di Noè? Che disastro! Mai vista tanta malvagità. Tant’è che Dio decide di resettare tutto e ripartire da zero. Altra speranza delusa: il mondo che rinasce dopo il diluvio – dice la Bibbia – fu peggiore di prima.

Qui c’è proprio qualcosa che non va alla radice! Ogni volta che si spera, ci si illude e – puntualmente – la cruda realtà delude.

La giornata di oggi ci invita a sostare nella morte senza speranza, nel fallimento più totale, nella crudezza del nulla. Gesù, narra l’evangelista Marco, morì urlando disperato. Dobbiamo so-stare: imparare a saper-stare nell’amarezza delle nostre depressioni, delle nostre speranze disattese, del futuro prossimo incerto, del caos di una situazione ancora senza forma, del buio più nero dove nessuno spiraglio di luce si intravvede, del tunnel senza fine e che forse non avrà nessuna fine… senza fuggire o vaneggiare vacue speranze (saremo migliori, ne usciremo più forti, questa crisi ci trasformerà…) ma osando toccare la merda, il nostro sentirci di merda, l’assenza di senso che c’è adesso dentro e attorno a noi. Senza indorare nessuna pillola. Senza raccontarci false promesse. Senza lasciare che il nostro ego rialzi la testa e, ancora una volta, tenti di aggiustare le cose credendosi dio. No! Ora c’è solo merda, buio, restrizione delle libertà fondamentali, assenza di democrazia, privazione dei diritti umani basilari… E questo non ci va bene! Assolutamente no!

Ce lo facciamo andar bene. Ma nel fondo della nostra psiche ci sono solo tenebre e profonda amarezza e dolore.

Questo è il sabato santo.

Questa è la discesa agli inferi.

Questo è la cosa più coraggiosa da fare.

rev. Mario Bonfanti

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