Una scomoda Epifania.

Oggi la cristianità occidentale giunge al culmine delle celebrazioni natalizie e le chiude con la solennità dell’Epifania del Signore.

Introduzione.

Come tutti sanno “epifania” significa apparizione, manifestazione.

Ma dove e come si manifesta il divino?

Sempre come tutti sanno, il racconto evangelico, attorno al quale si costruisce l’odierna festività, è la saga dei Magi: una narrazione simbolica costituita dalla trama di archetipi e simboli, che vennero intessuti sull’ordito di eventi storici ormai a noi celati, e parlano all’anima di ciascuno di noi.

Vorrei brevemente seguire questi simboli e archetipi per intuire il messaggio rivolto all’oggi in merito al dove e come si manifesta il divino.

 

 

I magi.

Protagonisti assoluti e indiscutibili della scena sono i Magi, trani e stravaganti personaggi provenienti da Oriente che la tradizione (anche scenografica) ha rappresentato come re di nazioni straniere, di etnie le più svariegate, giunti in rappresentanza di tutta l’universa umanità. Oggi sappiamo benissimo che sono personaggi leggendari, che potrebbero rifarsi a sacerdoti zoroatriani, osservatori delle stelle e antesignani degli odierni astronomi.

Ma al di là di queste loro oscure (e irrilevanti) origini, ciò che più conta è l’archetipo che incarnano: il Mago, cioè la capacità di pregare, di rivolgersi all’universo, a Dio, di entrare in dialogo con il sacro presente nella realtà.

Tutti sperimentiamo spontaneamente stati alterati di coscienza quando sognamo (nel sonno o ad occhi aperti), ma non tutti siamo consapevoli del divino presente nel quotidiano.

La Magia che questi personaggi incarnano è l’Arte di cambiare la coscienza consapevolmente così da vedere il divino nel quotidiano, di trasformare la realtà cambiando la propria percezione.

Non è un caso che i Magi nella narrazione evangelica siano associati alla visione di una stella che li guida. Solo loro si accorgono di questa stella e seguendola incontrano il divino nella “banale” realtà di un neonato.

Oggigiorno fatichiamo a vedere il divino presente nella nostra realtà quotidiana. Siamo un po’ tutti accecati da quella cronaca nera che distrae la nostra mente e la porta a vedere solo le brutture dell’umanità, facendoci perdere il contatto con quella vita nuova e fragile che ogni giorno viene al mondo (nella nostra società e nel nostro mondo personale)… ed è divina.

 

 

I cercatori.

I Magi appena irrompono sulla scena chiedono: “Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo” (Matteo 2, 2).

Essi incarnano l’archetipo del cercatore.

L’istinto della ricerca nasce da un’ardente aspirazione, dalla sete di Assoluto. Non sappiamo definire ciò che ci manca, ma aneliamo a quel misterioso qualcosa che è oltre la vita di tutti i giorni. È lo Spirito che ci chiama, che ci invita ad esplorare i Misteri (vocazione). La stella chiama i magi e li spinge a mettersi in viaggio.

Noi cosa cerchiamo? Siamo ancora dei cercatori o ci stiamo accomodando su stereotipate verità insulse blaterate di generazione in generazione?

Oggigiorno mi sembra di vedere tanti cercatori vaganti e sinceri; ma chi ha più audience sono i sedentari, che si sono accomodati su verità ormai desuete e che sventalonano come vessilli di una ormai morta cristianità.

 

 

I doni.

Un altro elemento che invade la scena dell’odierna festa sono i doni portati dai magi. Doni sontuosi e preziosissimi: oro, incenso e mirra. Ciò che di più costoso si potesse ai tempi regalare. E insieme doni che nella concretezza del momento sono totalmente inutili. Cosa se ne fa un neonato di oro, incenso e mirra? Forse avrebbe avuto maggiormente bisogno di pannolini, bavaglini, vestitini, ecc.

E’ chiarissimo che anche questi doni sono simboli. Segni di una ricchezza che queste genti straniere portano e offrono a questo bambino.

Anche oggi fiumi di magi giungono a noi e cercano approdi sulle nostre terre. E ci portano fior di doni preziosissimi. Ma completamente inutili. Non vengono infatti a noi con valigie piene di dollari o barili di petrolio. Non hanno nulla di materiale da darci per sanare il debito pubblico. Ma sono carichi di umanità e storia di vita vissuta e patita che sono ben più preziosi di mille milioni di barili di petrolio. Un dono preziosissimo che, per la sua concreta inutilità, ributtiamo a mare e lasciamo affogare nel più grande cimitero della vergogna che è l’odierno Mar Mediterraneo.

 

 

Erode.

Un altro personaggio che calca la scena dei racconti epifanici è il re Erode. Anche se – a dire il vero – il racconto lo defila un po’ in secondo piano. Ma comunque c’è e impone la sua presenza; o meglio il suo dispotico potere.

La sua figura è raccontata in mariera davvero ironica e ridicola.

Appena sente che è nato il re dei Giudei resta turbato. Sembra quasi che il suo ruolo vada in frantumi. Per così poco? Aveva così poca stima e fiducia di sè? Si mette quindi a scartabellare (o meglio fa scartabellare ogni oracolo sacro) per avere notizie più precise… e quando ottiene risposta non fa nulla. Manda altri (i Magi) a verificare. Solo alla fine agisce; ma in un modo così spropositato e fuori luogo da far la figura del folle delirante accecato dal potere. E infatti il suo intervento fallisce in pieno l’obiettivo.

Mi sembra la chiara descrizione di vari politici oridierni. E non solo italiani.

Si agitano per un nonnulla. Demandano ai loro ministri e sottosegretari per trovare soluzioni. E poi agiscono d’impulso (di pancia – si dice oggi) facendo danni irreparabili (oltre che una magra figura) per poi riparare, aggiunstando il tiro; senza mai saper davvero dove mirare.

 

 

Dove e come?

Ma torniamo alla domanda iniziale: dove e come si manifesta il divino?

Vi sono altri personaggi che calcano (ancor più nelle retrovie) la scena odierna: gli scribi e i sacerdoti. I quali su ordine di Erode perlustrano le scritture in lungo in largo per trovare indizi. E trovano solo un passo un po’ criptico che consegnano ad Erode come risposta. E poi scompaiono dalla scena.

Ho riflettuto a lungo su questo snodo della narrazione. Mi sono sorti tanti interrogativi: perchè cercare nella Bibbia la risposta a una domanda politica? Perchè scribi e farisei consegnano questo testo religioso al re Erode come risposta alla sua domanda prettamente politica? Perchè poi, una volta letto questo testo, scompaiono e non si mettono in viaggio a cercare questo capo?

Da una parte in me è subito balenata alla mente l’associazione con alcuni fondamentalisti cristiani che cercano nella Bibbia le risposte a tutte le proprie domande che muovono dall’oggi. Dall’altra faccia della medaglia questo testo mi sembra voglia proprio metterci in guardia dal cercare nella Bibbia la risposta alle nostre domande. E forse vuole invitarci anche a indagare prima le nostre domande per verificare che siano buone e corrette. Se infatti formulo una domanda viziata in partenza o peggio ancora errata non potrò che ricevere una risposta errata.

Mi è, poi, giunta anche questa intuizione: vuoi vedere che in fondo questo passaggio vuole dirci che la Bibbia non è affatto il luogo dove trovare il divino? Infatti Gesù non nasce nella Bibbia e men che meno nel Tempio; ma in un luogo completamente altro.

Il testo di Matteo colloca l’apparizione del divino in un luogo laico di vita quotidiana: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre” (Matteo 2, 11). Non nel tempio (in chiesa, in Vaticano, ecc) e neppure in una grotta/capanna tra docili animali (come rappresentiamo sempre nei nostri presepi). Ma in una “banalissima” casa quotidiana.

Ed è interessante anche l’assenza di Giuseppe in questo preciso momento (riapparirà poco dopo). Pare che qui centrale sia l’archetipo materno e la casa, che in fondo rappresenta il nido, l’utero caldo dal quale ogni vita proviene. Un accenno – diremmo noi oggi – a una forma sociale di relazioni matrifocali che più del patriarcato, rappresentato dalla spada di Erode, permette il nascere di nuova vita ed è il luogo della presenza del divino tra noi.

 

Conclusione.

In fondo forse è proprio questo ciò che avevano intravisto e cercato i Magi: la presenza del divino in una calda relazione materna fatta di cura e dedizione, di affetto e fragilità insieme.

Tutto l’esatto contrario di ciò che oggi diversi politici sedicenti cristiani ostentano con protervia piegando simboli e archetipi carichi di senso per i loro biechi e banali fini elettorali.

Ma gli archetipi e i simboli non muoiono mai. E – ne sono certo – riemergeranno nell’inconscio collettivo della nostra società con una carica di trasformazione ancora più forte a fronte della quale nessun Erode di turno nulla potrà.

 

Buona Epifania a tutt*

rev. Mario Bonfanti

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